Oliviero Frosali

Oliviero Frosali

La sera sembrava tranquilla, l’oscurità, da poco arrivata sulla via di Baldracca e sul gruppo di case che si affacciavano su di essa, dava una certa garanzia di celare il sopraggiungere di un’ombra che rasentava il muro, che andava veloce quasi nascondersi alla fioca luce della lampada a braccio posta sulla cantonata. Il freddo poi, di quell’inizio ’44, rendeva ancora più raro il pgare_storiafrosali_1assare dei viandanti per la strada, un po’ solitaria, posta “sotto il treno”. Era difficile che Oliviero trascorresse la notte a casa, sapeva di essere nel mirino di quelle persone che conoscendo i suoi sentimenti politici lo avevano tante volte minacciato e altrettante arrestato, processato e condannato; adesso lo cercavano per pareggiare un’avvenuta esecuzione in paese di un noto fascista. Il comando tedesco era stato esplicito con il Maresciallo Emilio Giorni, comandante della stazione di carabinieri di via Crispi (via Cavallotti): Sesto doveva essere “ripulita”. La diffidenza, la prudenza e l’accortezza dei movimenti non furono sufficienti perché Oliviero potesse sfuggire alla trappola tesa dai fascisti e dai soldati tedeschi, ma il sospetto, ancora oggi vivo in molti, è che ci sia stata una delazione, perché tutto fosse organizzato proprio per quella sera, dopo tante notti che Oliviero non era rientrato nella propria abitazione. Così la sera del 14 gennaio 1944, mentre nella piccola cucina si riordinava la tavola dalla cena, attorno alla quale c’era la moglie Rina la nonna materna e le figlie Neda e Donatella, Oliviero, non sospettando niente, si accingeva ad andare a coricarsi. Il mattino seguente, alle prime luci dell’alba, sarebbe passato dall’orto, dove aveva preparato una via di fuga per i campi e poi via a nascondersi di nuovo. La quiete del momento venne interrotta bruscamente: urla squarcianti intimavano l’uscita di Oliviero, minacciando una strage in caso di reazione. I comandi dei fascisti s’intrecciavano con quelli secchi e perentori in lingua tedesca dati ai soldati. Colpi assestati con i calci dei fucili sulla porta di casa echeggiavano il loro sordo rumore per tutte le stanze. Dalle finestre s’intravedevano fasci di luce disordinati che si muovevano all’impazzata, l’abitazione era stata completamente circondata; si comprese all’istante che questa volta la fuga sarebbe stata difficile. La disperazione e lo sgomento invasero Rina e Oliviero e gettarono nel pianto le giovani figlie. Oliviero pensò di tentare ugualmente la via dell’orto, unica sua possibilità per sottrarsi alla cattura. Uscì di casa dal retro, saltò il muretto di cinta, ma appena giunto nel campo i soldati spararono senza nessun avviso di alt. Oliviero venne raggiunto da diversi colpi che lo fecero accasciare e poi distendere, ferito gravemente su quelle zolle arate che erano pronte per dar vita alle nuove piante di grano. Lo strazio dei familiari fu ancora maggiore perché i militi fascisti non permisero a nessuno di avvicinarsi al ferito, che non potè essere soccorso. Qualcuno avvisò la vicina Misericordia, l’ambulanza trasportò il ferito, già in gravissime condizioni all’Ospedale di Careggi. I sanitari intervennero immediatamente, ma Oliviero nella mattina del 15 esalò l’ultimo respiro. Per la famiglia, già sconvolta dal dolore, erano in arrivo altre sofferenze e iniziò il periodo delle ritorsioni. Essere moglie o figlie di un sovversivo era come avere la peste addosso, tutti ti scansavano, tutti avevano il timore di un possibile coinvolgimento. Pochi furono coloro che aiutarono questa famiglia così gravemente colpita e chi lo fece corse un serio pericolo. Più di una volta la madre Rina o la figlia Neda si sentirono rifiutate la razione di pane dopo aver fatto la lunga coda davanti al forno, per quel poco, ma indispensabile approvvigionamento. “A voi niente, via!” era la risposta. Qualcuno però ci fu che a proprio rischio aiutò la famiglia Frosali, permettendole così di arrivare a quell’atteso giorno del primo settembre ’44 quando Sesto venne liberata. La sera del 22 maggio 1944 un uomo di mezza età, che indossava una tuta da meccanico, era fermo sulla sua bicicletta con un piede sul pedale e l’altro sul marciapiede davanti all’oreficeria Maggini in via Crispi. Mio padre Aldo lo notò perché non lo aveva mai visto prima, allora a Sesto si conoscevano un po’ tutti, per questo si fermò ad osservarlo. In concomitanza all’uscita del Maresciallo Giorni dalla Caserma dei Carabinieri, e constatato che la sua direzione era quella che risaliva la via, l’uomo in tuta blu si avviò lentamente verso di lui. Quando incrociò il Maresciallo, il finto meccanico, estrasse una pistola ed esplose alcuni colpi contro Giorni, che cadde ferito a terra. Mio padre restò terrorizzato, attaccato con le spalle al muro del Trinci sul lato opposto della strada ma potè vedere chiaramente che il gappista proseguì per la strada, con la stessa pedalata, come se non fosse accaduto niente, dileguandosi nel trambusto generale. Il maresciallo Giorni venne portato in ospedale e dal quel momento a Sesto non si seppe più nulla di lui. Una vita difficile quella di Oliviero Frosali, per sé e per la sua famiglia, sostenuta da principi di giustizia, d’uguaglianza e di solidarietà verso quelle persone, che in quel periodo, si spaccavano la schiena sul lavoro per poche lire e che, soverchiati di Tprepotenze ed ingiustizie, dovevano anche tacere. Mettere in pericolo la propria vita e quella dei propri cari per un ideale di giustizia oggi sembra impossibile, ma è proprio grazie a questi sacrifici, compiuti da persone eccezionali, che oggi possiamo usufruire di certe garanzie costituzionali e di tanti diritti nell’ambito del lavoro. Oliviero Frosali era nato a Casellina e Torri il 1 agosto 1899, dove il padre Emilio ben presto lo avviò al lavoro. Intraprese, con altri soci, un’attività di fabbricazione di mattonelle “a disegno”, cioè mattonelle che, una volta montate, costituivano, nell’insieme, un rivestimento o un impianto che formava un disegno geometrico o artistico. Negli anni ’20 ci fu l’avvento del fascismo, Frosali manifestò subito la sua avversità al regime aderendo al regime aderendo al neo-partito comunista. Fu uno dei più attivi fautori e sostenitori dell’organizzazione “soccorso rosso”, una forma d’assistenza economica verso le famiglie dei perseguitati politici, attraverso un fondo di solidarietà costituito dai lavoratori. Ben presto Frosali venne identificato come sovversivo ed agitatore, nel 1927 fu schedato dalla Questura fiorentina e restò in quella lista fino alla sua morte. Subì un processo, tenutosi a Roma, nel quale venne condannato ad otto anni di reclusione, dopo di ciò fu più volte internato nelle carceri fiorentine delle Murate, specialmente ogni volta che una personalità politica veniva in visita a Firenze. toccante è il ricordo della figlia maggiore Neda delle visite in questo carcere che la giovane ragazza faceva accompagnando la madre a trovare il marito. Certe volte Neda stentava a riconoscere il babbo, per le tante privazioni alle quali era stato sottoposto. L’0tto settembre 1942 coglie Frosali nelle carceri di Salluzzo, da dove viene liberato ed inviato ad intraprendere la lotta partigiana. La natura di Oliviero era poco incline a tenere un’arma tra le braccia, lui era un uomo d’organizzazione e di grande attivismo, il suo campo di battaglia era fra gli operai e qui si sentiva necessario. Una scelta che potrebbe essergli costata la vita. Sesto non lo dimenticò. Alla sua memoria, nel 1945, venne intitolata la via dove lui aveva abitato e dove ancora abitava la famiglia. Il Partito Comunista Italiano, nel quale Oliviero aveva da sempre militato, dedicò la sezione, da poco sorta in piazza Ginori, a suo nome che tale resterà fino ai cambiamenti politici di questi ultimi anni. Questo breve ricordo lo dedico alle figlie di Oliviero Frosali, Neda e Donella, per riconoscenza di un sestese verso chi, lottando in quegli anni, gli ha donato la sua attuale libertà.

Gianni Battistoni