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Ma intanto si cercano i geni da superuomo


Prendiamo il leggendario Lance Armstrong che ha vinto sette Tour de France, ognuno dopo la bellezza di circa 3500 chilometri percorsi in tre settimane. O il forse meno conosciuto Dean Karnazes, un ultramaratoneta di San Francisco che ha corso 50 maratone in 50 stati americani in 50 giorni consecutivi. Va bene l' allenamento e va bene pure il doping (si sospetta da sempre che Armstrong abbia fatto uso di sostanze illegali, ma senza la prova definitiva), ma non bastano a giustificare le loro performance. Ci deve essere qualcosa d' altro che possa spiegare la loro straordinaria resistenza. Qualcosa che li rende superatleti fin dalla nascita. Qualcosa di scritto nei geni che i fisiologi stanno cercando, con qualche risultato.

 

Intanto Armstrong ha cuore e polmoni più grandi del normale, caratteristica comune ad altri ciclisti, maratoneti e ai campioni di immersioni subacquee in apnea, che permette loro di pompare più ossigeno nei muscoli. E più ossigeno significa una maggiore produzione di energia che è quella che serve negli sport di resistenza estrema. La capacità massima di trasportare ossigeno e di utilizzarlo si misura attraverso il VO2 max, cioè il volume di ossigeno per chilogrammo di peso per minuto: questo parametro, per un uomo normale, si aggira attorno a 40-50, Armstrong arriva a 83, Bjorn Daehlie, uno sciatore norvegese che detiene il record del maggior numero di medaglie vinte a un' Olimpiade invernale e il maggior numero di medaglie d' oro, si ritrova al primo posto anche nella classifica del VO2 max: 96. E tutto questo è condizionato dai geni. Ma per Armstrong c' è qualcosa di più. Secondo un' ipotesi avanzata da Craig Atwood, un endocrinologo dell' Università del Wisconsin a Madison, l' asportazione di un testicolo (colpito da un tumore) ha provocato alterazioni ormonali tali da incidere positivamente sul metabolismo muscolare del ciclista americano. Gli atleti di resistenza bruciano, per produrre energia, sia zuccheri (glucosio) che grassi (acidi grassi). Ebbene: l' aumento di certi ormoni, chiamati gonadotropine, dopo l' intervento chirurgico hanno permesso ad Armstrong di utilizzare meglio gli acidi grassi come fonte di energia, risparmiando i depositi di glicogeno, una forma di zucchero immagazzinato nei muscoli e nel fegato come riserva energetica. L' ipotesi non è stata ancora dimostrata scientificamente, ma c' è una prova empirica. Gli atleti, di solito, raggiungono i risultati migliori a partire dai 26 anni: a questa età i livelli di gonadotropine cominciano ad aumentare e rimangono poi alti per almeno cinque anni. Non è quindi una coincidenza che i vincitori del Tour de France abbiano un' età compresa fra i 27 e i 32 anni. Non si è ancora arrivati a dimostrare che somministrando acidi grassi dall' esterno si aumenti il loro utilizzo da parte dei mitocondri, le centrali energetiche della cellula, e il solo modo che resta per produrre più energia è quello di aumentare il numero e le dimensioni dei mitocondri attraverso l' allenamento. Ma ci sono altri motivi che possono spiegare le performance negli sport di resistenza. Uno è la quantità di fibre muscolari lente che, appunto, si contraggono più lentamente di quelle veloci (tipiche, invece, degli sprinter). Un altro è la capacità di utilizzare l' acido lattico, un prodotto di scarto del metabolismo del glucosio che fa sentire la fatica e provoca crampi (e anche questa è una caratteristica innata). Un altro ancora, appena identificato da Andrew Marks della Columbia University di New York, dipende dal calcio, o meglio, dai canali cellulari che permettono il passaggio di questo ione dall' interno all' esterno della cellula: una eccessiva fuoriuscita di calcio provoca fatica, un risparmio (che si potrebbe ottenere somministrando farmaci calcio-antagonisti come dicono alcune sperimentazioni preliminari, ma tutte da verificare) significa migliori performance. L' ultimo: la capacità di sintetizzare eritropoietina, l' ormone che stimola la produzione di globuli rossi. Ci sono individui geneticamente predisposti a produrne di più, altri devono ricorrere a intensi allenamenti soprattutto ad alte quote per aumentarne i livelli; altri ancora (ma qui si tratta di doping) assumono questa sostanza dall' esterno, dal momento che è in commercio come farmaco. I ricercatori ritengono che la carta d' identità genetica dei superatleti contempli, alla fine, almeno una cinquantina di geni, ma invitano anche a non dimenticare l' importanza di un altro «gene», un pò speciale: quello della determinazione e della voglia di vincere.

Bazzi Adriana

(1 giugno 2008) - Corriere della Sera

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