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Da TOSCANA OGGI del 30/08/2007
Compie cent'anni Gian Burrasca
E.G.
Se sia veramente esistito il ragazzaccio di Carlo Lapucci
Ricordo bene… Ero poco più d’un ragazzo… nel lontano anno 1946… mi
trovavo ancora sfollato, con la famiglia a Montescurzolengo… ospitale
paese, e là miseramente si viveva e disperatamente si mangiava, dato
che, per le note vicende belliche, avevamo perso tutto: casa, lavoro,
averi, speranze. Mentre eravamo in queste tribolazioni, un pomeriggio, quando come al solito le vecchie si erano ritirate nel gineceo, ecco che d’un tratto un braciere, ai bordi del quale mezza dozzina di vegliarde tenevano appoggiati i piedi, esplose producendo un uragano di faville, braci infuocate alzando un nuvolone di cenere e fumo. Con urli, belati, lamenti, invocazioni le vecchie s’aggiravano nel polverone, quando cominciarono a esplodere anche gli scaldini che tenevano in mano producendo un vero pandemonio di fantasmi neri che correvano urlanti nella densa caligine grigia e nel fumo, gettando veggi e scaldini dalle finestre. Presto fu chiaro che gli scoppi erano stati provocati da numerosi marroni d’india, proditoriamente infilati nella cenere degli scaldini da qualche non visto squinternato, che aveva in quella situazione la voglia, il tempo e il coraggio di fare simili scherzi. Cominciò una vera psicosi: per il terrore di trovarsi tra le mani una bomba le vecchie mangiavano e andavano a letto. Una mattina si vide sulla piazza Garibaldi, una montagna di sterco di cavallo, proprio sotto il posteriore della cavalcatura dell’eroe, come se quella bestia di bronzo, avesse voluto sgravarsi il ventre in quel modo straordinario per gli anni che non l’aveva fatto. Se ne discusse in municipio. Non bastò. Sul crepuscolo qualcuno entrò nella torre campanaria e alterò vistosamente congegni e pesi dell’orologio, alterando la velocità dello scappamento. L’orologio si mise a correre battendo l’avemmaria e poi l’or di notte a tempo di record, mandando tutti a letto verso le otto e mezzo. Poi le ore si rincorsero: la gente scese in strada alle tre, i contadini si trovarono a buio nell’aia mentre i galli dormivano. Partirono le corriere con pochi sperduti viaggiatori. Altri aprirono i negozi al buio e rimasero a scrutarsi nelle ombre con quattro gatti d’avventori. C’era evidentemente uno scherzomane e i sospetti si appuntarono su noi sfollati. Fummo sospettati dai paesani anche di mangiare i gatti, perché le bestiole sparivano. Riapparvero tutte all’improvviso in teatro durante la rappresentazione della Cena delle beffe. Sgusciarono silenziosi in platea strusciandosi alle gambe degli spettatori e facendo fare balzi incredibili e urli tarzaniani alle signore, rapite dallo svolgersi del dramma. Riconoscendo il proprio gatto qualcuno cominciò a inseguirlo per la platea, poi altri lo imitarono, finché un soriano saltò sul palcoscenico e tutto finì in una baraonda. La misura fu colma quando apparvero alcuni manifesti in cui si
annunciava che, disponendo il Vaticano di un rifornimento straordinario
di zucchero proveniente da Cuba, la mattina del 13 dicembre, alle ore
5, sarebbero arrivati sulla piazza Garibaldi quattro camion della Ditta
Seterzi per distribuire gratuitamente 65 kg di zucchero per famiglia…
«Munirsi della tessera annonaria, di un certificato di residenza e
disporsi in una fila ordinata». Il parroco ripeteva di non saperne
nulla, molti sostenevano che era uno scherzo, ma tutti sospettavano che
fossero espedienti per rimanere in pochi e prenderne di più. Alle 6 la fila era a metà del ponte e s’allungava ancora, ma dei camion neanche l’ombra. Alle otto il prete, che aveva ritardato la messa, sparì con le monache e i frati, mentre gli altri rimasero fino alle undici, quando la fila si ruppe, la folla dilagò nella piazza, entrò inferocita in chiesa e di là in canonica. Per fortuna il prete era sparito con la perpetua, altrimenti sarebbe finito male. La faccenda andò nelle mani dei carabinieri. Qualche sera dopo ero nel bosco cercando tartufi, quando s’avvicinò
uno sfollato con lo zaino rigonfio: uno sfaticato che andava sempre in
cerca di qualcuno per giocare a carte e spesso mi rimorchiava.
Divertendomi a sentir raccontare le sue panzane ci avevo fatto amicizia
e spesso andavamo a mettere tagliole nel bosco o a pescare. Vestiva
sportivo, con eleganza antiquata, con abiti un po’ frusti, di solito
calzoni alla zuava, casacca e berrettone come i ciclisti d’una volta.
La domenica metteva una sahariana del tempo vittoriano, una canna da
passeggio e una macchina fotografica a tracolla, che non usava mai.
Diceva di chiamarsi Tirelli, ingegner Venanzio Tirelli, d’essere
sposato con una certa Gertrude Rossi, dalla quale si era separato dopo
6 mesi appena. Aveva un orologio che a suo dire andava 47 minuti avanti
e 23 indietro. Per sapere l’ora doveva sempre fare dei calcoli
complessi, dopo i quali dava un responso improbabile. Viveva solo, in
una cella del convento e girava con l’aria di uno che è in ferie a
Cortina. Ci sedemmo dentro una capanna di boscaioli per fumare una
sigaretta, mentre il suo canino giocava nel bosco.
LE DONNE DEL «GIORNALINO» di Elena Giannarelli
Le donne nel Giornalino sono molte e decisamente interessanti. La prima ad entrare in scena è la mamma, signora Stoppani. Di lei non sappiamo nemmeno il nome: è la mamma e basta. Brava e buona, perdona sempre il suo discolo e cerca di sottrarlo alle ire paterne; è addirittura causa prima della scrittura. Il «giornalino», il diario, lo regala proprio lei a Giannino in occasione di un compleanno. In un primo tempo, impressionato da quelle pagine bianche, il ragazzino imita le sorelle, che ogni sera, con i capelli sciolti e in camicia da notte, passano ore ed ore a vergare i loro diari; addirittura copia una pagina da quello di Ada, la maggiore, ma fortunatamente capisce che la cosa non può funzionare. Ada è destinata a rimanere zitella perché i genitori non daranno mai il consenso alle sue nozze con l’impiegatuccio De Renzis, che mai compare in azione e resta un’ombra fuori campo. Diverso è il destino di Luisa e di Virginia. La prima sposa il dottor Collalto e va a Roma; la seconda convola con l’avvocato Maralli, socialista, candidato alle elezioni, e la mamma Stoppani cerca di opporsi all’unione con un «senza Dio» che accetta la cerimonia religiosa in una sperduta chiesetta all’alba. Gli costerà la carriera politica, ad opera naturalmente di Giannino, accanito assertore della verità. I lettori vengono accompagnati da Gian Burrasca nel lungo viaggio verso questi eventi in maniera non indolore, perché egli attenterà a quelle nozze, dopo aver fatto fallire una festa da ballo data dalle sorelle proprio allo scopo di trovare marito. La prassi del tempo prevedeva che un giovane inviasse una «lettera di intenti» alla ragazza che intendeva corteggiare, corredandola di un suo ritratto con dedica. Le improvvide sorelle avevano vergato, sul retro delle foto ricevute, commenti non proprio cortesi sui giovanotti. Questi avevano ricevuto con l’invito proprio quelle immagini sottratte da Giannino. Naturalmente nessuno di loro si era presentato e la riunione era finita in malo modo per Gian Burrasca. Non ci fanno una bella figura, le ragazze, nel «Giornalino». Il bambino ne coglie tutte le contraddizioni: gelose, invidiose delle amiche, pronte a parlarne male. Desiderose di sposarsi, fra ingenue malizie e slanci d’affetto verso il fratellino, sono forse le rappresentanti più fedeli di una certa borghesia fiorentina dei primi Novecento. L’indimenticabile zia Bettina vive in campagna. Lunga lunga e secca secca, è il prototipo della zitella avvizzita, che non mancava mai in nessuna famiglia. Fa il regalo di nozze sbagliato a Luisa: non le attese buccole di brillanti, ma una copertaccia di lana fatta con le sue mani. È la protagonista a sorpresa di una storia d’amore che solo Giannino poteva svelare. In fuga dalla casa paterna, egli si rifugia dalla zia e scopre che essa ogni giorno parla con una pianta di dittamo che sta su una finestra. Per farle cosa gradita, cerca di provocare una crescita artificiale, infilando un bastoncino nel vaso. La zia grida al prodigio e invoca l’anima del signor Ferdinando, antico fidanzato e autore di quel dono. Il vaso cade ed appare Giannino: è grazie a quelli come lui che le zie Bettine svelano spesso un Ferdinando nascosto. Gian Burrasca fa scoppiare le contraddizioni del mondo dei grandi. La marchesa Sterzi, che parla col naso, frequenta lo studio di Collalto nella vana speranza di guarire. Il medico le spilla quattrini. Giannino le fa il verso; il cognato si inquieta. Per ristabilire la verità, parla di nuovo alla nobildonna, normalmente, e questa crede che il Collalto l’abbia guarito e gli rinnova la fiducia. La parola magica, detta da Giannino in entrambe le occasioni, è «Marameo», splendida chiave di commento alla realtà nel suo rovesciamento. Su tutte spicca la signora Geltrude, nipote del compianto Pierpaolo Pierpaoli, fondatore del collegio in cui Giannino dovrebbe ravvedersi e nel quale fa scoppiare la rivoluzione della «pappa col pomodoro». Costei è la direttrice, insieme al marito, il signor Stanislao, al quale dà costantemente dell’imbecille. Piccola, grassa, brutta, è la visualizzazione del potere ottuso, con le sue cattiverie e meschinità. Sarà punita, in una memorabile seduta spiritica ad opera di Giannino ed altri falsi fantasmi. C’è la Merope Castelli, con la figlia Maria, che pare una bambina qualunque, ma quando apre bocca parla in bolognese: è la diversità buffa per Giannino. Insomma le donne sono protagoniste di una sarabanda che ha l’epicentro in Gian Burrasca, la cartina di tornasole che fa esplodere le contraddizioni e mette a nudo le ipocrisie di una realtà inamidata da scardinare. |
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