L'AGONE E LE SUE ANGOSCE
Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 15 maggio 2006
Nella lingua greca, che è all’origine della nostra cultura, l’”agone”, il
luogo della gara e del gioco, è vicino all’”agonia”, l’angoscia, l’ansia che
accompagna ogni gara. Seguendo la vicenda delle inchieste sul calcio, sarà
quindi meglio sbarazzarci di una sorpresa retorica: quella che il mondo dello
sport non sia sempre solare e positivo, ma possa generare illeciti, e
comportamenti negativi. Come tutte le grandi passioni, infatti, anche quella del
gioco porta l’uomo su quella sottile lama che separa l’estasi dall’abisso. E’
proprio questo a costituirne la forza, ed anche le potenzialità di sviluppo per
l’uomo.
Uno che il gioco lo conosceva bene, il barone Pierre de Coubertin,
che reinventò le Olimpiadi a fine ottocento (dopo un’interruzione di tredici
secoli), ricordava che: «lo sport può mettere in gioco le passioni più nobili
come le più vili; può sviluppare il disinteresse e il sentimento dell’onore come
l’amore del guadagno; può essere cavalleresco o corrotto…». «La sua azione»,
concludeva, «sarà utile o dannosa secondo la direzione verso cui lo si
indirizzerà». Le grandi forze emotive ed affettive impegnate nel gioco, e nello
sport, richiedono quindi, è noto da sempre, una grande attenzione a contenerle e
dirigerle verso obiettivi individualmente e socialmente produttivi, e non
distruttivi. Non è un discorso teorico: qualsiasi allenatore di ragazzi sa bene
quanta fatica è necessaria per canalizzare la loro aggressività verso lo
sviluppo dell’abilità del gioco, e non la sopraffazione dei più
deboli.
Questo doppio binario, positivo o distruttivo, ha sempre
caratterizzato il gioco e gli sport, ed è moralistico ed ingiusto vedere negli
attuali problemi di violenza o corruzione sportiva i segni di una particolare
degenerazione della società di massa. Tacito, lo storico latino del primo secolo
dopo Cristo, racconta di un incontro di gladiatori, iniziato con gli insulti, e
finito con le armi, che provocò un massacro tra i coloni di Nocera e quelli di
Pompei, che ebbero la meglio. Un’inchiesta accertò le responsabilità
dell’organizzatore, un ex senatore, che fu punito con l’esilio.
Anche il
gioco, come ogni attività umana, è infatti una scuola di vita, dove la posizione
del dirigente, dell’organizzatore, è anche quella di un maestro. Quando
quest’attenzione educativa (che per essere efficace deve coincidere con
un’aspirazione personale al bene), non è più fornita dal dirigente agli
sportivi, ed è sostituita da distrazione o addirittura interessi personali,
anche il gioco viene inghiottito in quel lato oscuro dell’uomo dove ogni
passione si unisce alle altre, rafforzandole, e travolgendo alla fine la
personalità. La passione sportiva e l’agonismo si uniscono allora al gusto della
violenza e della sopraffazione, ed entrambi a quello del guadagno senza freni.
In questo clima emotivo, il consumo di sesso e di sostanze euforizzanti (ogni
epoca ha le sue), è spesso utilizzato in un ambiente sportivo ormai degradato,
per mantenere ed aumentare l’atmosfera eccitata di cui si nutre il mondo
dell’eccesso, che è appunto quello della passione non più contenuta, e diretta
verso un obiettivo positivo.
Anche se ciò è sempre accaduto tuttavia, il
momento in cui il lato oscuro del gioco viene allo scoperto (come sta accadendo
ora), è un passaggio delicato. Soprattutto nella società di massa. La delusione,
infatti, di tutti quelli che scoprono nei propri idealizzati campioni degli
affaristi corrotti, e magari violenti, può generare depressione, e comportamenti
auto/distruttivi. Chi mancò d’attenzione prima, deve raddoppiarla
adesso.








