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Saverio Fattori intervista Stefano Mei
IL MONDO DELLA CORSA VISTO DA STEFANO MEI
Hai vissuto da protagonista l'Atletica di fine anni Ottanta. Il tuo titolo
Europeo dei 10.000
metri risale a Stoccarda 1986. Cosa è cambiato in questo
sport a vent'anni di distanza?
STEFANO MEI vincitore a Stoccarda nel 1986
La cosa strana è che è cambiato meno di quanto si possa immaginare. Rimane lo
sport più universale e semplice, fatto di gesti naturali che ci riportano alla
nostra parte animale. Correre, saltare… il fatto che siano gesti così
riproducibili e che non hanno bisogno di sovrastrutture rende tutto
maledettamente difficile… difficile vincere medaglie a livello mondiale o
olimpico, come abbiamo visto a Pechino. Una atleta del sud del mondo non
avrebbe possibilità di salire su una Formula 1. Bolt è vicino dall’essere
DAVVERO l’uomo più veloce del mondo. Più di quanto Schumacher possa essere
potenzialmente il pilota più abile.
Si può ancora "inventare" qualcosa nelle metodologie di allenamento o
tutto è affidato all'evoluzione genetica e alla farmacologia?
Io penso di si, anche se ho capito che tu vuoi sottintendere il contrario. Si
può “limare”, fare prove, test, confrontare analisi dei dati, riconoscere gli
errori, rischiare nuovi programmi di allenamento. E ‘questo il bello di questo
sport, di ogni sport. Ci potrebbe essere confronto e competizione tra diverse
scuole di pensiero. Come succedeva ai tempi di Cova, Antibo e del sottoscritto.
Oggi c’è troppo fatalismo, non si sperimenta nulla, ci si affida troppo alla
farmacologia e si è persa la fantasia delle cose normali. E pensiamo che i
fondisti africani siano inattaccabili.
Quando penso a un atleta professionista, penso a parole come "disciplina"
e "controllo". A una vita piuttosto triste, anche se oggi vediamo
nuotatori e schermidori alimentare il gossip nazionale, sfilare in passerella.
Comunque credo che un atleta professionista in generale possa concedersi poche
variabili. Cerca di smontare la mia tesi... hai rimpianti? Soffrivi di
privazioni? Scappavi spesso dalla pista di La Spezia e dal cronometro del tuo allenatore
Leporati?
Io avevo fama di scansafatiche e scapestrato.Ero un bel ragazzo e qualche
serata in discoteca non era un problema. Non mi sono fatto mancare nulla ma in
pista ero un professionista, mi affidavo completamente al mio tecnico Federico
Leporati, in atletica non si inventa nulla, certo prediligevo i lavori agili,
di velocità a quelli di resistenza, non mi piaceva fare troppi chilometri a
ritmi mediocri, volevo la brillantezza e la qualità. La madre di Sebastiano, il
mio primo figlio, era una maratoneta. I maratoneti per me sono
"pazzi", non li capisco, arrivano distrutti vanno aldilà della mia
idea di fatica. Forse in termini scolastici di me si poteva dire “il ragazzo
potrebbe fare di più”. Non ero un secchione. Però mi divertivo...
I ragazzi africani dominano tutte la gare, dagli 800 alla maratona. Per non
parlare del cross ( le corse campestri). Ho visto qualche iberico punteggiare
di bianco la pattuglia nera. Andavano dal famigerato medico spagnolo... e se
oggi fosse impossibile arrivare all'eccellenza mondiale senza usare il
doping... prendila come una provocazione. Lo chiedo a te che sei stato forse
l'atleta più dotato geneticamente che il mezzofondo europeo ha conosciuto (8.06
nei 3000 metri
a 16 anni...)
Non è solo questione di doping, i ragazzi dell’occidente ricco hanno mollato
l’atletica e tutto ciò che è fatica. Non voglio parlare solo di me, penso ad
esempio a uno come Gennaro di Napoli, un talento enorme. Oggi uno come lui se
la potrebbe giocare alla pari con i ragazzi di colore, magari nelle gare da
medaglia, senza curarsi del record del mondo. Un di Napoli nella finale dei
1500 della finale di Pechino sarebbe salito sul podio.
Come erano i rapporti umani tra atleti? Nell’ambiente giravano voci, che si
“curava” e chi no…
Beh, con Alberto Cova il dualismo era forte, oggi siamo amici, allora ci
salutavamo appena. E’ naturale. L’egocentrismo di noi atleti è smisurato. Deve
essere così. Al di là delle voci, c'è stato un periodo in cui pensavo che
Alberto fosse davvero superiore a me. D'altronde era un atleta con una gran
cervello e una grande personalità ed io, fino all'84, non sapevo leggere le
gare con buona lucidità... Non è solo questione di organismo, come tu lasci
intendere nel tuo libro. Poi di gara in gara gli arrivavo sempre più vicino,
l’atteggiamento mentale rimane determinante, ho trovato fiducia e l’ho battuto.
Negli ultimi anni abbiamo assistito ad un paio di casi di doping nel mondo
della corsa su strada, due casi che mi sembrano rappresentativi. Niente doping
di Stato, due "cani sciolti" arrivati al giro della nazionale (Barbi)
e uno alla soglia (Petrei) affidandosi a medici personali. Non è che i
"cani sciolti" sono sacrificabili? Esiste ancora in Italia un sistema
doping di Stato? Ha ancora senso rischiare? Mi sembra che il materiale umano in
Italia sia talmente mediocre nelle ultime generazioni che forse il rischio non
vale la candela... nemmeno con l'Epo arriverebbero a battagliare nei grandi
meeting mondiali con keniani e etiopi...
Sono stato membro per quattro anni del Consiglio Nazionale Coni e del Consiglio
della Federazione di Atletica Leggera, in realtà, ufficialmente, non esistono
“pianificazioni demoniache” a livello delle federazioni e del resto il Coni
Spende molte risorse nell’Antidoping. Ma riconosco che tutto è su un filo,
tutto è molto complesso, del resto il tuo libro è perfetto per descrivere certe
dinamiche. Mi sembra piuttosto documentato e in generale è vicino alla realtà.
L’uso di farmaci dopanti per un’atleta è davvero una forte tentazione. Molti
atleti sono fragili, insicuri, bambinoni che si mettono in mano a stregoni
dalla forte personalità che decidono per loro. Ma non credo che ci si possa
difendere nel 2008 dopo che si è risultati positivi asserendo che non si era al
corrente degli ingredienti di un certo integratore… fragili si, ma non
deficienti. Se un atleta arriva a fare risultati da nazionale in tarda età, se
va più forte a trent’anni che a venti… beh, forse qualche domanda la Federazione prima di
convocarlo dovrebbe farsele. E fargliele… Molto poi dipende dall’allenatore, a
livelli alti ne hai praticamente uno personale, che diventa un maestro di vita
quasi in senso orientale. A me è toccato Federico “Chicco” Leporati che aveva
un sua idea di atletica pulita, una specie di crociata. Forse abbiamo vinto
poco, oggi lavoro non campo di rendita. Ma non ho rimpianti.
Non è un segreto che molto dello sport italiano ricorresse alle preziose “cure”
di Conconi a Ferrara. E’ storia vecchia, ma tu come atleta che ha fatto scelte
diverse è rimasta un po’ di rabbia?
Ferrara non è mai stato il mio problema. So che tu corri, ti sarai reso conto
che in atletica si combatte contro sé stessi, contro i propri limiti. Anche ai
nostri livelli funziona così. Ho fatto 13.11 nei 5000 "utilizzando"
la vitamina C per scongiurare i raffreddori di cui ero spesso vittima. Per
sintetizzare, nella settimana di Stoccarda ero il più forte...di tutti e non
solo in Europa; questo lo racconto ai miei figli Sebastiano e Leonardo quando
mi chiedono cos’è quella foto che tengo in casa appoggiata in fondo alla prima
rampa di scale. E’ l’unica testimonianza che ho tenuto di quegli anni, le
medaglie non so dove le ho messe, e non metto più le scarpe da corsa contro la
pancetta. Quello è papà che era il più forte in Europa nel 1986. Con la
vitamina C. E basta.
Settembre 2008
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