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LA FATICA del PODISTA La "fatica del podista" è rappresentata dall'accumulo di acido lattico nei muscoli e nel
sangue. La produzione di acido lattico durante il lavoro è una funzione lineare
del lavoro stesso. Un lavoro moderato aumenterà modestamente il livello di
acido lattico, un lavoro intenso ne eleverà rapidamente la concentrazione. Nel
primo caso, il rifornimento di ossigeno da parte dell'organismo è bastevole
per l'eliminazione (combustione) dell'acido lattico che via via si forma;
nel secondo caso tale rifornimento, nonostante il ricorso, da parte
dell'organismo, a vari espedienti (aumento della frequenza cardiaca
respiratoria, della massa del sangue, ecc.), è insufficiente, per cui
comparirà la fatica, che sarà sopportata in modo diverso appunto a seconda della concentrazione di acido
lattico e della tollerabilità nervosa individuale. Gran parte dell'acido
lattico formatosi nel corso del lavoro, viene altresì neutralizzato dal fegato,
che lo trasforma in glucosio. E' spiegabile in parte, attraverso questo
sovraccarico funzionale del fegato, il dolore epatico che spesso compare nei
podisti. Eì quindi importante che i podisti posseggano un fegato che funzioni
ottimamente. ![]() La
comparsa della fatica, in senso
biochimico e fisico, comporta sempre una diminuzione del rendimento e
addirittura, in casi estremi, la cessazione del
lavoro. In
questi casi, continuare l'allenamento con la stessa intensità è
controproducente. Per questo motivo l'allenamento ad intervalli, può dare
grandi risultati nell'allenamento alla
resistenza. L'incremento della qualità di resistenza
dipende strettamente dal miglioramento o perfezionamento dei sistemi e delle
funzioni interessate alla produzione di energia, al trasporto e alla
utilizzazione dell'ossigeno e alla neutralizzazione delle sostanze della fatica. La validità e il ritmo della
pompa cardiaca (gittata sistolica, volume minuto, bradicardia), l'efficienza
del sistema circolatorio periferico (pressione arteriosa, capillarizzazione), il
contenuto emoglobinico e globulare del sangue, l'efficienza dell'apparato
respiratorio (ampiezza della ventilazione, diffusione alveolare di ossigeno e
la diminuzione della pressione parziale dell'ossigeno dovuta alle grandi
altitudini limita il rendimento dei podisti), la disponibilità di materiale
energetico (glucosio) attraverso l'alimentazione e l'integrità degli organi
deposito, l'efficienza dei sistemi tampone del sangue (riserva alcalina),
costituiscono gli anelli primari di quella catena adibita alla esecuzione del
lavoro muscolare di lunga durante e
resistenza. Le
qualità del podista possono pertanto essere incrementate dal miglioramento dei
sistemi e delle funzioni sopra citati, a differenza del mezzofondista, che può
praticamente contare solo sulla struttura e costituzione muscolare fornitegli
dalla natura. Per
incrementare la qualità di resistenza si deve ricorrere ad un
tipo di allenamento che deve tenere presente che il lavoro aerobico è più
economico e redditizio del lavoro anaerobico. Pertanto, nell'allenamento si
dovrebbero evitare tutti quegli allunghi veloci o tratti veloci, che si
accompagnano a costi energetici supplementari, e che prima o poi incidono sul
rendimento finale. E'
preferibile mantenere una velocità media costante al limite del fabbisogno
compensatorio di ossigeno (steady-state), cercando, nei successivi periodi, di
aggiustarne il ritmo. Sulla base di questo allenamento si può innestare
periodicamente un lavoro intervallato da modesti carichi di lavoro in velocità ,
che serve a migliorare il tono dell'apparato cardio-circolatorio e
l'attività metabolica dei muscoli. Per
incrementare la quantità di resistenza propriamente detta, è necessario
sottoporre i vari sistemi (cardiorespiratorio e muscolare) ad un carico di
lavoro più intenso, che tuttavia, a causa del forte debito di ossigeno che si
contrae, comporta una durata di lavoro più breve ed un tempo di riposo relativo
più lungo. Anche in questo caso, si possono seguire i due metodi di allenamento
intervallato e continuo, ricorrendo, per il primo, a sforzi submassimali o
massimali e variando il tempo di intervallo, in modo da poter ripetere più
volte le stesse distanze con lo stesso impegno; e per il secondo ad un lavoro
prolungato di intensità media tra il massimo e lo steady-state. Uno dei mezzi
più pratici e rispondenti, per controllare l'andamento dell'allenamento
all'endurance e alla resistenza, è il controllo della frequenza delle
pulsazioni che, rilevate ripetutamente sempre nelle stesse situazioni di sforzo,
stanno ad indicare, attraverso le loro modificazioni, l'adattamento o meno del
podista al lavoro. Il
miglioramento della quantità di resistenza è largamente perseguibile, come
si è visto, con l'allenamento specifico, è tuttavia illimitato e non si può
facilmente generalizzare. Anch'esso presenta dei limiti, costituiti dalle
caratteristiche morfo-funzionali del
podista. In
base a tutto questo, bisogna considerare il principio della "supercompensazione", secondo il
quale, quando l'organismo viene sottoposto ad uno stimolo a cui non è
abituato, come per esempio una seduta di allenamento, in un primo momento accusa
lo scompenso che questo stimolo provoca sulla normale condizione di equilibrio.
Questo fenomeno è rappresentato dalla fatica che si avverte al termine
dell'allenamento. Successivamente, durante il riposo, l'organismo fa
scattare i suoi meccanismi di difesa per fronteggiare la causa che lo ha scosso.
Progressivamente trova le armi per adattarsi e non subire più lo stesso
stimolo. Anzi, la reazione è tale che, ad adattamento avvenuto, si manifesta
una supercompensazione e uno stimolo di uguale intensità sarà sottoposto
facilmente senza che si verifichi il fenomeno della fatica. Sottoponendo un
podista ad un allenamento sistematico, basato su sforzi via via crescenti, i
fenomeni di cui abbiamo parlato e che sono conseguenti ad ogni seduta di lavoro,
si sommano producendo un adeguato adattamento dell'organismo alla condizione
dell'allenamento, determinando cos'è un aumento del suo potenziale energetico
e della possibilità di utilizzarlo e di ristabilirlo (sommazione degli effetti
di supercompensazione). Quindi, più si progredisce nell'allenamento, più gli
stimoli devono essere intensi per effetto della supercompensazione, poiché
l'organismo si adatta all'allenamento in condizioni sempre più
sfavorevoli. L'incremento della capacità di prestazione, dovuto alla
supercompensazione, ha naturalmente un limite che dipende dal tipo di lavoro. Il
miglioramento è una conseguenza
soprattutto del numero degli organi che sono interessati alla prestazione.
L'allenamento, che oggi tende a diventare sempre più complesso per il
continuo superamento di nuovi records personali e per l'intervento dei fattori
collaterali (alimentazione, psicologia, ambiente, ecc.), consiste nella
ripetizione di esercizi e metodiche per aumentare il rendimento
podistico. E'
un po' il raggiungimento della messa a punto di uno stato
morfo-funzionale o meglio, psico-morfofunzionale, per l'espressione
dell'optimum del potenziale biologico del podista. Attraverso
l'allenamento così concepito, si può arrivare, per un
insieme di circostanze favorevoli e concomitanti, a quello stato di
forma che è l'espressione più alta del rendimento, ma che
purtroppo è di breve durata e non può essere mantenuto a
lungo. E'
bene precisare che la possibilità di un aumento del rendimento podistico,
attraverso l'allenamento specifico, è un fatto relativo e l'allenamento
può intervenire in tal senso solo per
un 25%, poiché il restante 75% è determinato dal patrimonio genetico biologico
individuale, per cui possiamo parlare di limiti individuali di allenamento e di
capacità di allenamento. Il
risultato dell'allenamento per il miglioramento del rendimento è dato dalla
somma dei vari fattori o elementi fisici (forza, velocità , coordinazione,
resistenza) e psichici (volontà ,
motivazioni). prima pagina |
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