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Il DECAMERONE (Introduzione) (A cura di Romano Valli) Da questo numero del giornalino, presenteremo
un’opera letteraria fra le più famose “ Il Decamerone”. L’autore è Giovanni
Boccaccio che lo scrisse tra il 1348 e il 1353, il periodo di maggiore
maturità interiore e artistica. Naturalmente porterò alla vostra attenzione
solo alcune di queste novelle, tradotte dal testo originale in linguaggio
attuale e accessibile, per rendere la lettura più piacevole e comprensibile,
rispettando il testo originale senza cambiare assolutamente il senso della novella esposta dall’autore. Il Decamerone
(parola di origine greca che significa, dieci giornate) come il Boccaccio
spiega chiaramente nella premessa del libro. Questa è la cornice del romanzo, vale a dire la
quadratura unitaria in cui sono inserite le cento novelle. L’interesse dello
scrittore è rivolto alla vita quotidiana della società del trecento, di cui
egli ritrae i vari tipi umani, mettendone in evidenza il carattere. I temi
principali possono essere compresi nelle seguenti rappresentazioni; 1) Rappresentazione
dell’amore nei molteplici aspetti, 2) Esaltazione dell’intelligenza umana ,
dalla dignità del cavaliere, all’astuzia dei furfanti, 3) Rappresentazione
della sciocchezza e della stoltezza umana. Il Boccaccio si rivela
ottimo conoscitore della società in cui visse e, delinea molto bene il
carattere dei personaggi citati e non dimentica neppure l’ ambiente in cui il
personaggio si muove. Nelle novelle si respira aria di avventure, di piacere
per la vita, rispetto per la cortesia, la liberalità e per l’astuzia, nonché
ironia e fastidio per la stupidità umana. Ma torniamo al tempo in cui il Decamerone
fu scritto. Era la primavera del 1348 quando in Firenze giunse la mortale
pestilenza mandata agli uomini “O per maligna influenza degli astri o
per giusta ira divina, a causa delle loro cattive azioni”. Diffusasi in
oriente diversi anni prima, aveva provocato diverse vittime e, senza fermarsi
si era diretta verso l’occidente. Contro questa pestilenza non ci furono rimedi
ne provvedimenti umani, ne servirono le numerose preghiere e processioni
rivolte a Dio dalle persone fedeli. Questa pestilenza ebbe ancora maggiore
forza, perché passava dalle persone malate alle sane solo stando insieme, come fa
il fuoco alle cose secche quando sono molto ravvicinate a lui. Il male fu
ancora più grave perché non solo lo stare con i malati, ma anche il toccare i
panni o qualsiasi cosa usata dai malati trasmetteva il contagio. In tanta
miseria c’era chi riteneva che vivere moderatamente servisse per resistere
all’epidemia, al contrario, altri ritenevano efficace medicina il bere assai,
il divertirsi e il soddisfare ogni desiderio. Vivevano come se non avessero più
futuro, avevano abbandonato tutti i loro beni e in conseguenza di ciò tutto
questo era diventato di proprietà comune e, così lo usava chiunque. Fra tanta
miseria era crollata l’autorità delle leggi divine e umane. Ne morirono molti,
ed erano pochi i morti che fossero accompagnati in chiesa da qualche vicino, in
sostituzione di ciò una folta schiera di becchini che a pagamento trasportavano
frettolosamente il morto nella chiesa più vicina, poi lo mettevano nella prima
sepoltura che trovavano libera. Per la grande moltitudine di corpi portata in
chiesa , non bastando la terra sacra alle sepolture secondo l’antica usanza, si
facevano delle grandissime fosse nelle quali si mettevano i corpi a centinaia ,
a strati, l’uno sopra all’altro, ricoperti con poca terra fino a quando la fossa era piena. Che cosa si può
aggiungere ancora se non che fu tanta e tale la crudeltà del cielo e forse
quella degli uomini, che tra il marzo e il luglio successivi si ritiene che
nella città di Firenze morirono oltre 100.000 persone. Firenze era quasi vuota,
quando un martedì mattina, nella chiesa di S. Maria Novella nella
attuale cappella di Filippo Strozzi, si ritrovarono sette fanciulle di
cui i loro nomi erano, Pampinea, Emilia, Elissa, Lauretta, Filomena,
Neifile, Fiammetta. Esse radunatesi per caso, la più autorevole: Pampinea,
cominciò a parlare:” Mie care donne visto la situazione così disastrosa che
si è creata in Firenze, è ragionevole difendere la propria vita. Basta uscire
di qui per vedere dovunque corpi morti e non parliamo altro che di morti. E
allora che facciamo qui? Andiamo via dalla città in una delle nostre ville, con
le nostre serve, godendo delle gioie che il tempo ci offre” Le donne
lodarono il consiglio di Pampinea e furono tutte d’accordo per andarsene
prima possibile. Insieme a questa dolce compagnia si unirono tre giovani i cui
nomi erano: Panfilo, Filostrato e Dioneo, i quali erano anche fidanzati
con tre di queste ragazze. Il giorno seguente tutta la compagnia si trasferì in
una splendida dimora, contornata da giardini meravigliosi, fontane
freschissime, tutto era pulito e adorno di fiori. Da questo luogo bellissimo
comincia la splendida narrazione delle cento novelle, contenute in questo
libro: “Il Decamerone”
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