la cinquecento boreale
di Ugo Bertone - tratto dal FOGLIO del
28/04/2007 |
minuto,
più Oxford che All Black, tanto per intenderci, ha una missione
in terraferma: rintracciare Lapo. Sì, proprio l’Elkann
politicamente più scorretto, con i suoi occhiali a tutta griffe
che a Valencia fa capolino, quasi all’improvviso e quasi all’insaputa,
per lanciare spruzzi di mondanità e intessere trame di affari
più o meno convincenti. Lapo che, agli occhi del Sandro Ciotti
dell’emisfero australe, ha il sapore di un piccolo Messia, l’uomo che
deve resuscitare un pezzo di vita e di storia che accomuna i ricordi
della generazione del boom, tra Gabicce e Moncalieri, con i pastori
della verde pianura d’Oceania. Un giorno, più di quaranta anni
fa, la squadra della 500 australiana (16 titolari di autosaloni
più sei familiari) ebbe l’onore di vedere, per un pomeriggio
quasi intero, nientemeno che l’Avvocato, cadetto in una Fiat ancora
sotto la guida del Professore, Vittorio Valletta. Che occasione per
gente che non era mai stata in Europa e che ignorava (ma lo
scoprì fin dall’arrivo a Roma) il significato della parola
mancia. Un pomeriggio da favola, sotto le volte di quella cattedrale
d’inferno che era la Mirafiori pre-Sessantotto: e un gran finale al
Principe di Piemonte. “Peccato – ricorda un sopravvissuto – che il
giorno dopo decidemmo di restare altre 24 ore in albergo, per poi
scoprire che non avevamo soldi a sufficienza per il conto”. Niente
paura: all’epoca il titolo di “mamma Fiat” era più che meritato.
Il gruppo venne imbarcato in pullman per una gita di tre giorni
oltralpe, a Chamonix e in Svizzera. “Tutto a carico della Fiat –
ricorda ancora trasognato l’ormai pensionato Trevor Penn, allora
concessionario della provincia di Waikato: “Come non ti potevi fidare
di un’azienda come la Fiat?”. Mister Niall, per sua fortuna (e per
quella di Lapo), viaggia con la nota spese. Anche se ad Auckland, terra
principe delle privatizzazioni, alla radio non hanno il borderò
facile. Ma Lapo val bene una trasferta a Torino. O una cena a Valencia,
almeno in mezzo a una delle tante feste, da quelle zulu-partenopee di
Sosholoza, a quelle partenopee e basta di Vincenzo Onorato, a quelle,
puzza sotto il naso, dive sedute e giornaliste Vip in piedi (compresa
l’inviata del Mundo, inviperita) offerte da Miuccia Prada. Può
essere il posto giusto per presentare a Lapo, in perenne viaggio da
businessmania, la storia della Bambina che viene dalla terra degli All
Black . Perché a Lapo? Perché proprio a lui, mister
Sergio Marchionne che ha l’autorevolezza di un redivivo Vittorio
Valletta, ha affidato la missione di rilanciare, prima della macchina,
la mitologia della 500, una delle Fiat che hanno fatto sognare la gente
di mezzo mondo, compreso mister Todd che alla sua macchina del cuore ha
dedicato anni di ricerche e fiumi di poesia. Un piccolo/ grande mito
italiano che Marchionne e i fratelli Elkann vogliono vendere a
diecimila euro e più (mica siamo lontani dai dieci salari operai
dei tempi di Valletta…) perché i ricordi non hanno prezzo,
nemmeno nella terra dei kiwi e dei maori dove la 500 ha alle spalle
un’identità precisa, conquistata all’interno di una nazione
prospera ma in cui il governo dettava regole rigide per l’introduzione
sul mercato di nuovi modelli. E’ dove non era facile per una Bambina
italiana far fronte ai proclami dell’impero di Sua Maestà, alla
campagna inglese “una Mini per la mamma”, o non sfigurare di fronte al
maggiolino di casa Volkswagen, simbolo di una nazione che poteva perder
le guerre ma non finire in frantumi, affidandosi alla Divina
Provvidenza.” La volevamo chiamare bambino, la nostra 500 – ricorda Rob
Eliot, il fondatore della Torino Motors – ma un’agenzia di
pubblicità a cui ci rivolgemmo bocciò l’idea: il rischio
è che la gente l’associ al bambin Gesù. E perciò
divenne femmina…”. Orgogliosa, seducente e imprevedibile, tra elezioni
di miss, missioni tra i ghiacci e spedizioni degne di Conrad, fino alle
isole Cook per aggirare barriere commerciali. Perché per ogni
500 riesportata si aveva diritto ad una licenza nuova d’importazione.
Di qui lunghi viaggi, sulle orme delle golette inglesi, tra gli atolli
dei mari del Sud che Folco Quilici avrebbe raggiunto solo qualche anno
dopo, per prendere terra con una o più mini macchina.
Un’identità forte, cementata in piccole fabbriche perché
la 500, la Bambina, per più di dieci anni ogni giorno è
uscita, in dodici esemplari, dalla catena di montaggio di Otahuhu,
fianco a fianco con i maggiolini Volkswagen. Poi, all’inizio degli anni
Settanta, la fine. Un crollo del prezzo della lana neozelandese fece
precipitare l’import; la Fiat, per giunta, cercò di importare la
126. Grazie lo stesso. Non è cosa. E così la 500 fa ormai
parte della storia del costume, con radici così profonde che non
accenna a perdere il suo appeal, tanto che l’ex ministro della Polizia
George Hawkins, laburista, l’ha utilizzata, con successo, come auto per
la sua campagna elettorale, improvvisando comizi dal tettuccio apribile. Lo stesso ha fatto l’ex presidente del Parlamento, Jonathan Hunt, poi ambasciatore a Londra. Un tipo risparmioso, visto che, a campagna elettorale finita, affittò la 500 per promuovere un locale ad Auckland. Un tipo che potrebbe piacere a Lapo, chiamato a trascinare fuori dall’ombra quel mito prima che dalle linee esca la 500 in metallo e plastica. Un po’ come fecero gli husky sul monte Erebus: più solidi ed affidabili, dati i precedenti. Ma a Lapo un certo fiuto, quello che serve per azzannare le emozioni forti, quelle che piacciono ai consumatori, non manca di sicuro. Chissà che non gli venga qualche idea, a leggere storie antiche di un’azienda che, a quei tempi, quando nessuno parlava di globalizzazione, non aveva paura a investire su mercati remoti come vorrebbe riprendere a fare Marchionne. Le premesse ci sono. Sentite quel che dice John Collins, un signore che, in pratica, ha oggi il monopolio delle riparazioni delle 400 vetturette superstiti, sulle cinque mila sfornate dagli impianti indigeni. “Negli anni Novanta le 500 erano ormai macchine per studenti, destinate allo sfascio. E ad un certo punto il prezzo era così basso che la gente, semplicemente, le abbandonava per strada piuttosto che perder tempo per cercare di venderle”. Poi la Bambina ha ripreso il suo fascino. “Oggi i pezzi migliori vengono caricati sui cargo alla volta del Giappone o degli Usa. In 18 mesi, da Christchurch, ne sono partite 68”. Non solo. Cosa che in Nuova Zelanda non era forse capitata mai, da un garage sono sparite e non più ritrovate tre preziose Bambine. “Una l’hanno vista mentre veniva caricata su una nave al porto di Auckland – chiude Collins – Ma la polizia fu avvisata troppo tardi”. Un rapimento in piena regola per una Bambina che torna a far sognare. E che sa trasformare Auckland in una sorta di porto napoletano. Che non si fa per la passione. Mister Niall annuisce. Lapo, dietro i suoi occhiali, probabilmente pure. Torna indietro.... |