ATTUALITA’ DI DON LORENZO MILANI

 

E’ difficile parlare di persone che non si sono conosciute e forse sarebbe sempre meglio non farlo. Parlare poi di persone che hanno avuto un qualche ruolo pubblico inevitabilmente ci obbliga ad ascoltare la voce e l’opinione di altri. Nono ho conosciuto direttamente Don Milani, né vissuto all’epoca il dibattito che attorno alla sua figura si era sviluppato, però ho conosciuto alcuni dei “ragazzi di Barbiana” , quei ragazzi che poche settimane dopo la morte del Priore fecero uscire quel libro, “Lettera a una professoressa”, che di Don Milani raccoglieva l’idea di scuola e si poneva come duro atto d’accusa verso una scuola incapace di dare a tutti le stesse opportunità. Con quei “ragazzi”, ormai laureati o laureandi, ho trascorso un anno preparandomi per sostenere l’esame di licenza media, era il 1969 e la società stava cambiando, a cominciare  dalla scuola. Don Lorenzo Milani moriva  a Firenze nel giugno del 1967, all’età di 44 anni. Aveva lasciato da poche settimane il suo esilio di Barbiana, una chiesetta e poche case sparse sulle pendici del monte Giovi a 420 metri di altitudine. Vi era arrivato nel 1954, confinato lassù dalle gerarchie ecclesiastiche perché era un “prete scomodo”, o magari un “prete strano”, come alcuni giornalisti lo avevano etichettato. Ma quel prete non voleva essere etichettato, era rimasto soprattutto un ribelle che si ostinava a credere essenzialmente nel valore della persona, di ogni persona. Cominciò la sua scuola popolare a San Donato di Calenzano, una scuola per i poveri perché, scriveva, ” i poveri sono emarginati perché non possiedono gli strumenti culturali per impossessarsi del loro destino e per cambiarlo, in particolare non possiedono quello strumento formidabile di emancipazione che è la parola”.

Già in quel periodo l’eco della sua presenza arrivava ai miei orecchi di ragazzino che non amava la scuola per la sua rigidità e il suo distacco dalla vita reale. Quello “strano prete” che riportava i giovani a scuola affascinava e turbava allo stesso tempo. Per lui la scuola doveva dare soprattutto la padronanza della propria lingua, perché “gli uomini non nascono tutti uguali, solo la conoscenza della lingua ci fa uguali”. Il libro che ha fatto conoscere Don Milani al grande pubblico, “la Lettera a una professoressa”, non è un suo libro, ma dei suoi ragazzi chiaramente da lui ispirati, dopo che due di loro vennero respinti agli esami delle scuole magistrali. Per Don Milani la scuola, oltre ad aprirsi alla società tutta, doveva aprirsi anche ai “ragazzi difficili”, perché diceva “non può essere come un ospedale che cura i sani e respinge i malati”. Nel 1969 Don Milani era morto da due anni, il tribunale d’appello lo aveva condannato per  apologia di reato avendo preso una posizione netta a favore della obiezione di coscienza di quei giovani che per ragioni ideali rifiutavano il servizio militare. la “Lettera a una professoressa” aveva scosso la coscienza di molti ma la scuola stava già cambiando, come tutta la società. Oggi c’è chi attribuisce a Don Milani la responsabilità storica dei problemi e delle difficoltà della scuola di  oggi, come se Lui prefigurasse una scuola facile, la promozione per tutti, diritti senza doveri. Intendeva invece la scuola come un luogo per la formazione di individui coscienti e responsabili, una scuola impegnativa e seria. Un grande cartello campeggiava nella sua scuola, vi era scritta la frase “I CARE”, slogan dei giovani americani migliori che vuol dire “me ne importa”, “mi interessa”. Don Milani portava la politica nella sua scuola, ma non parteggiava per nessuno, gli interessava soprattutto che i giovani conoscessero i meccanismi della politica, che avessero gli strumenti culturali per scegliere consapevolmente, che fossero capaci di sostenere i propri diritti come cittadini e come lavoratori. Fu mandato a fare il prete in una parrocchia inesistente, destinata a scomparire, “prete di quarantaquattro anime”. Quando nel 1969 comparve sui muri di Sesto il manifesto che propagandava la Scuola Popolare, fatta sulla scia di quella di Barbiana con lo slogan “SAPERE UGUALE POTERE” e finalizzata al recupero scolastico di quei giovani privi della licenza media e ormai integrati nel mondo del lavoro, si risvegliò in me il piacere del conoscere, se non il desiderio di un vero e proprio avanzamento sociale. Sesto Fiorentino del 1969 non era certo la Barbiana del 1954, ma io ventenne avevo una idea della politica e della società non molto diversa dai ragazzi che iniziavano la scuola a Barbiana, cioè un’idea molto vaga e spesso sbagliata. Ho un bellissimo ricordo di quell’anno trascorso alla  scuola popolare. Come a Barbiana ci riunivamo attorno a un grande tavolo ad ascoltare la lezione e poi la discussione, dove tutti erano tenuti ad esprimere il proprio parere, superando timidezze e paure, scoprendo così la bellezza del confronto e imparando. Quarant’anni dopo quell’insegnamento rimane attuale, la scolarizzazione è aperta a tutti ma in fondo la scuola non è molto cambiata nei risultati. I risultati sono che moltitudini di giovani lasciano la scuola e non prendono più in mano un libro, perdono progressivamente la capacità di analizzare criticamente i fatti e la società diventando facili prede del consumismo più sfacciato e dei suoi simboli e miti.

Don Milani è stato definito “un prete esagerato”, ma non l’esagerazione come eccesso, ma come misura giusta per colpire nel segno, far riflettere e capire, perché di ogni cosa dobbiamo dire “I CARE”, mi interessa, mi riguarda.

 Piero Graziani
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