Gatti romani, la perla del turismo                               
dal sito www.fondazioneitaliani.it
giovedì 09 agosto 2007


I mesi caldi fanno salire alle stelle il numero degli animali domestici abbandonati. In cerca di una casa, i gatti di Roma si raccolgono in colonie e abitano i punti più belli della Città Eterna. Laddove duemila anni fa camminavano senatori e grandi imperatori, ora riposano piccoli felini. Stesi al sole, o vaganti per colonne e resti di monumenti, accuditi da chi sa quanto sia importante preservare un patrimonio così, da chi è riuscito a creare e conservare per loro una "casa", la più bella, la più antica.


ImageChi non ricorda la famosa canzone, inserita nel film Disney “Gli artistogatti”, “Io so’ Romeo, er mejo gatto der Colosseo…”
Se assurgiamo il famoso Anfiteatro Flavio a simbolo di Roma, sembra proprio che i gatti della Città Eterna siano i “mejo” in assoluto. Qui, infatti, dalle periferie al centro, i gatti, randagi soprattutto, hanno creato un vero e proprio regno. Nelle stagioni giuste li si può udire miagolare per il calore, o soffiare e azzuffarsi per la conquista del territorio. Chiunque abbia attraversato le strade della Capitale può dire di aver visto almeno uno delle migliaia di piccoli felini che la abitano. I dati più recenti sul censimento degli animali in Italia testimoniano che il numero dei gatti sul territorio nazionale si aggira intorno ai 7 milioni e mezzo, quasi un milione in più dei cani.
Le città più frequentate sono, in ordine crescente, Perugia, Venezia e, appunto al primo posto, Roma, con ben 300.000 gatti. Di questi, 180.000 vivono in casa e 120.000 sono quelli “liberi”, divisi in circa 4.000 colonie.

Rispetto ai cani, i gatti, si sa, sanno essere molto riservati, anche e soprattutto quando vivono in casa. Il luogo comune secondo cui il gatto è “ruffiano” è stato coniato dai padroni bisognosi di un appoggio morale, spesso rimasti delusi dal presunto opportunismo di questo piccolo animale. Certo è che molti gatti non adempiono completamente i doveri di quello che gli umani pretendono spesso essere una sorta di “codice di buona compagnia”. Chi ha il piacere di averne uno o più in casa, troverà classica la scena del gatto che si lamenta per la fame, dispensando fusa a destra e a manca e che si zittisce, si allontana e sdegna le coccole una volta che ha la pancia piena.

ImageMa non è anche per questo che ci piacciono tanto? Ci danno o no la sensazione di aver comunque fatto del bene a un animale? Se poi, inaspettatamente, riceviamo dal nostro piccolo amico una dimostrazione d’affetto non direttamente connessa al bisogno di cibo ci si illuminano proprio gli occhi. Questa dote di “autosufficienza” è particolarmente gradita ad alcuni padroni, gli stessi che si dice “comincino ad assomigliare al proprio gatto” e tutto sommato il pregio è quello di non doversi preoccupare troppo dell’igiene e della “manutenzione” dell’animale, che, a differenza del cane, ad esempio, non deve essere accompagnato fuori. Il padrone di un gatto sa di poter contare sulla natura selvatica della specie felina, sempre pronta ad adattarsi e risolvere piccoli e grandi problemi.

Ultimamente si fa un gran parlare delle cosiddette “colonie feline”. Si tratta, senza troppa differenza dai pionieri e dai nomadi umani,  di gruppi di animali che rimangono stanziati in un territorio, del quale tentano di sfruttare alla meglio le risorse. A dispetto della proverbiale capacità di adattarsi di cui si è appena parlato, gli esperti del settore segnalano quanto sia dura, a volte, tirare avanti tra asfalto e palazzi. Gli habitat selvatici, come ad esempio le riserve naturali, offrono ben più risorse alle colonie feline, mentre quello che ormai manca alle città sono gli altrettanto proverbiali topi da cacciare. Cibarsi di piccoli uccelli è possibile, ma decisamente complicato, soprattutto per i cuccioli e gli “anziani”. Meglio allora aspettare che qualche vicino di casa umano passi a donare qualcosa.
Ecco allora che le colonie metropolitane fanno molto affidamento sul buon cuore dei passanti, quelli che inevitabilmente si fermano ad accarezzare teste e dispensare smancerie.

ImageLa figura “professionale” della “gattara”, come si chiama a Roma, è antica quanto la città stessa. Dove un branco di gatti fonda una colonia, ecco subito spuntare una sorta di eroe senza maschera, qualcuno che si preoccupa di fare un salto al supermercato e comprare qualche scatola di cibo, o addirittura di spendere qualche minuto a raccogliere avanzi dalle varie cene di famiglia. Riconoscere i “gattari” è semplice, basta seguire la direzione verso cui sfrecciano i gatti miagolando. Le gambe contro cui i piccoli felini ora si strusciano appartengono ai nostri eroi. Fortunatamente, insomma, c’è qualcuno che se ne occupa e che assicura ai randagi un minimo sostentamento.
Ma un discorso a parte va affrontato parlando dell’estate. Come è noto, nei mesi caldi, nei giorni di ferie, molte purtroppo sono le persone che, di fronte al problema di come, dove e a chi lasciare il proprio animale domestico, scelgono la via dell’abbandono.

Questo fenomeno, oltre a creare indignazione tra gli animalisti, rappresenta un reale problema per la salvaguarda delle colonie, che sono state di recente definite “un patrimonio naturale del territorio cittadino”. Gli esperti spiegano che le probabilità che un gatto domestico riesca a cavarsela una volta abbandonato in strada sono basse solo i primi giorni, dopodichè l’istinto si risveglia, stringendo lo stomaco e la gola e riducendo sensibilmente il bisogno di cibo e acqua – come in una modalità di “basso consumo e risparmio energetico” – e incomincia la ricerca di uno “stile di vita alternativo”. I problemi, essenzialmente, sono due: gli ostacoli della strada sono molti e spesso difficili da evitare e i gatti che ci riescono e tentano di unirsi a una colonia già formata e consolidata trovano vita tutt’altro che facile. Il fatto è che una colonia, per formarsi ed allargarsi, ha bisogno di saldo equilibrio e l’arrivo di un nuovo elemento crea comunque instabilità, che non sempre viene risolta per il meglio.

Augurando quindi buona fortuna ai nuovi randagi, non possiamo che sperare che si imbattano in una delle colonie “protette” in giro per Roma.
Tra queste ce n’è una particolarmente famosa, importante soprattutto per il modo in cui viene gestita. Si tratta della Colonia Felina di Torre Argentina, tutelata, dal 1994, da un’apposita Associazione Culturale.
Il gruppo, fondato dalle “gattare” Lia Dequel e Silvia Viviani, nasce con lo scopo di “fornire cibo, cure mediche e sterilizzazioni alle centinaia di gatti e gattini abbandonati nell’area archeologica”, quella delle rovine romane di Largo di Torre Argentina, dove si pensa sia stato assassinato Giulio Cesare il 15 marzo del 44 a.C..

ImageL’Associazione non ha avuto vita facile: nonostante l’impegno dei volontari intenti a cercare e creare spazio per i nuovi arrivati, il numero di gatti abbandonati ha continuato a crescere nel tempo, raggiungendo, nell’estate del 2002, quota 681. Di conseguenza il tasso di mortalità ha raggiunto il 40% a causa delle malattie e del sovraffollamento. Lo scoraggiamento, per i volontari, è stato spesso dietro l’angolo. Ma le cose sono cambiate in questi ultimi due anni, quando, inaspettatamente, la Colonia di Torre Argentina è diventata una meta turistica. Immediatamente i volontari dell’Associazione hanno sfruttato la popolarità, ideando un programma di adozione diretta e a distanza dei gatti ospiti della Colonia.
Le donazioni, intanto, sono state rimpolpate soprattutto da aiuti tedeschi e americani, che hanno permesso ai volontari di organizzare un programma di accadimento più sistematico: recupero e riabilitazione, nutrimento, visite e cure veterinarie, sterilizzazioni, sverminamento, allattamento dei cuccioli e monitoraggio della crescita.

A chi vuole adottare un micio viene chiesto un contributo di 75 euro, destinato solo al pagamento delle spese, perché tutti i funzionari, da qualche tempo anche stranieri, lavorano a titolo gratuito, assicurando inoltre ai padroni adottivi ogni genere di informazione, corrispondendo con loro via e-mail e tramite il sito web.
Molti turisti, tuttavia, preferiscono sottoscrivere un’adozione diretta e tornano in patria “importando” legalmente un animale bisognoso d’affetto, a differenza di quelli che rischiano anni di galera per portarsi a casa specie esotiche protette. Oltretutto l’adozione diretta è quella più auspicata dai responsabili dell’Associazione, che si trovano, soprattutto nei mesi estivi, nella necessità di ricavare spazio per i nuovi arrivati, dato che il sovraffollamento, oltre che “problemi sociali”, causa infezioni parassitarie e malattie.

ImagePer invitare gli amanti degli animali a portare a casa qualche adorabile gatto, i titolari dell’Associazione organizzano dei veri e propri tour degli scavi archeologici, cogliendo l’occasione per mettere in mostra i piccoli felini, come in un esclusivo gattile dalla pittoresca cornice.
Lo sforzo dei volontari nella tutela e nella salvaguardia delle colonie feline sembra cominciare finalmente a destare un qualche interesse anche nelle istituzioni pubbliche. L’Ufficio Diritti Animali del Campidoglio (UDA), ha infatti istituito la Cat-Card, una tessera tutta dedicata ai “gattari” di Roma e riservata ai titolari di colonie feline, che dà diritto a sconti sulla merce dei negozi aderenti all’iniziativa. Infine, il Comune di Roma, ha da qualche anno inserito nella lista dei progetti per il Servizio Sostitutivo Civile, uno dedicato proprio al censimento e alla tutela delle Colonie Feline romane, ormai famose in tutto il mondo, con adozioni fino in California.

In qualche modo questi gatti, da selvatici, sono tornati ad essere domestici, scegliendo come casa la più grande di tutte, una città intera, la più antica, tra le cui “mura” è facile trovare ospitalità.

Sergio Lo Gatto

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