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I
mesi caldi fanno salire alle stelle il numero degli animali domestici
abbandonati. In cerca di una casa, i gatti di Roma si raccolgono in
colonie e abitano i punti più belli della Città Eterna.
Laddove duemila
anni fa camminavano senatori e grandi imperatori, ora riposano piccoli
felini. Stesi al sole, o vaganti per colonne e resti di monumenti,
accuditi da chi sa quanto sia importante preservare un patrimonio
così,
da chi è riuscito a creare e conservare per loro una "casa", la
più
bella, la più antica.
Chi non
ricorda la famosa canzone, inserita nel
film Disney “Gli artistogatti”, “Io so’ Romeo,
er mejo gatto der Colosseo…”
Se
assurgiamo il famoso Anfiteatro Flavio a simbolo di Roma, sembra
proprio che i gatti della Città Eterna siano i “mejo” in
assoluto. Qui,
infatti, dalle periferie al centro, i gatti, randagi soprattutto, hanno
creato un vero e proprio regno. Nelle stagioni giuste li si può
udire
miagolare per il calore, o soffiare e azzuffarsi per la conquista del
territorio. Chiunque abbia attraversato le strade della Capitale
può
dire di aver visto almeno uno delle migliaia di piccoli felini che la
abitano. I dati più recenti sul censimento degli animali in
Italia
testimoniano che il numero dei gatti sul territorio nazionale si aggira
intorno ai 7 milioni e mezzo, quasi un milione in più dei cani.
Le
città più frequentate sono, in ordine crescente, Perugia,
Venezia e,
appunto al primo posto, Roma, con ben 300.000 gatti. Di questi, 180.000
vivono in casa e 120.000 sono quelli “liberi”, divisi in circa 4.000
colonie.
Rispetto ai cani, i gatti, si sa, sanno essere molto
riservati,
anche e soprattutto quando vivono in casa. Il luogo comune secondo cui
il gatto è “ruffiano” è stato coniato dai padroni
bisognosi di un
appoggio morale, spesso rimasti delusi dal presunto opportunismo di
questo piccolo animale. Certo è che molti gatti non adempiono
completamente i doveri di quello che gli umani pretendono spesso essere
una sorta di “codice di buona compagnia”. Chi ha il piacere di averne
uno o più in casa, troverà classica la scena del gatto
che si lamenta
per la fame, dispensando fusa a destra e a manca e che si zittisce, si
allontana e sdegna le coccole una volta che ha la pancia piena.
Ma
non è anche per questo che ci piacciono tanto? Ci danno o no la
sensazione di aver comunque fatto del bene a un animale? Se poi,
inaspettatamente, riceviamo dal nostro piccolo amico una dimostrazione
d’affetto non direttamente connessa al bisogno di cibo ci si illuminano
proprio gli occhi. Questa dote di “autosufficienza” è
particolarmente
gradita ad alcuni padroni, gli stessi che si dice “comincino ad
assomigliare al proprio gatto” e tutto sommato il pregio è
quello di
non doversi preoccupare troppo dell’igiene e della “manutenzione”
dell’animale, che, a differenza del cane, ad esempio, non deve essere
accompagnato fuori. Il padrone di un gatto sa di poter contare sulla
natura selvatica della specie felina, sempre pronta ad adattarsi e
risolvere piccoli e grandi problemi.
Ultimamente si fa un gran
parlare delle cosiddette “colonie feline”. Si tratta, senza troppa
differenza dai pionieri e dai nomadi umani, di gruppi di animali
che
rimangono stanziati in un territorio, del quale tentano di sfruttare
alla meglio le risorse. A dispetto della proverbiale capacità di
adattarsi di cui si è appena parlato, gli esperti del settore
segnalano
quanto sia dura, a volte, tirare avanti tra asfalto e palazzi. Gli
habitat selvatici, come ad esempio le riserve naturali, offrono ben
più
risorse alle colonie feline, mentre quello che ormai manca alle
città
sono gli altrettanto proverbiali topi da cacciare. Cibarsi di piccoli
uccelli è possibile, ma decisamente complicato, soprattutto per
i
cuccioli e gli “anziani”. Meglio allora aspettare che qualche vicino di
casa umano passi a donare qualcosa.
Ecco allora che le colonie
metropolitane fanno molto affidamento sul buon cuore dei passanti,
quelli che inevitabilmente si fermano ad accarezzare teste e dispensare
smancerie.
La
figura “professionale” della “gattara”, come si chiama a Roma, è
antica
quanto la città stessa. Dove un branco di gatti fonda una
colonia, ecco
subito spuntare una sorta di eroe senza maschera, qualcuno che si
preoccupa di fare un salto al supermercato e comprare qualche scatola
di cibo, o addirittura di spendere qualche minuto a raccogliere avanzi
dalle varie cene di famiglia. Riconoscere i “gattari” è
semplice, basta
seguire la direzione verso cui sfrecciano i gatti miagolando. Le gambe
contro cui i piccoli felini ora si strusciano appartengono ai nostri
eroi. Fortunatamente, insomma, c’è qualcuno che se ne occupa e
che
assicura ai randagi un minimo sostentamento.
Ma un discorso a parte
va affrontato parlando dell’estate. Come è noto, nei mesi caldi,
nei
giorni di ferie, molte purtroppo sono le persone che, di fronte al
problema di come, dove e a chi lasciare il proprio animale domestico,
scelgono la via dell’abbandono.
Questo fenomeno, oltre a creare
indignazione tra gli animalisti, rappresenta un reale problema per la
salvaguarda delle colonie, che sono state di recente definite “un
patrimonio naturale del territorio cittadino”. Gli esperti spiegano che
le probabilità che un gatto domestico riesca a cavarsela una
volta
abbandonato in strada sono basse solo i primi giorni, dopodichè
l’istinto si risveglia, stringendo lo stomaco e la gola e riducendo
sensibilmente il bisogno di cibo e acqua – come in una modalità
di
“basso consumo e risparmio energetico” – e incomincia la ricerca di uno
“stile di vita alternativo”. I problemi, essenzialmente, sono due: gli
ostacoli della strada sono molti e spesso difficili da evitare e i
gatti che ci riescono e tentano di unirsi a una colonia già
formata e
consolidata trovano vita tutt’altro che facile. Il fatto è che
una
colonia, per formarsi ed allargarsi, ha bisogno di saldo equilibrio e
l’arrivo di un nuovo elemento crea comunque instabilità, che non
sempre
viene risolta per il meglio.
Augurando quindi buona fortuna ai
nuovi randagi, non possiamo che sperare che si imbattano in una delle
colonie “protette” in giro per Roma.
Tra queste ce n’è una particolarmente famosa, importante
soprattutto per il modo in cui viene gestita. Si tratta della Colonia
Felina di Torre Argentina, tutelata, dal 1994, da un’apposita
Associazione Culturale.
Il gruppo, fondato dalle “gattare” Lia Dequel e Silvia Viviani,
nasce con lo scopo di “fornire cibo, cure mediche e sterilizzazioni
alle centinaia di gatti e gattini abbandonati nell’area archeologica”,
quella delle rovine romane di Largo di Torre Argentina, dove si pensa
sia stato assassinato Giulio Cesare il 15 marzo del 44
a.C..
L’Associazione
non ha avuto vita facile: nonostante l’impegno dei volontari intenti a
cercare e creare spazio per i nuovi arrivati, il numero di gatti
abbandonati ha continuato a crescere nel tempo, raggiungendo,
nell’estate del 2002, quota 681. Di conseguenza il tasso di
mortalità
ha raggiunto il 40% a causa delle malattie e del sovraffollamento. Lo
scoraggiamento, per i volontari, è stato spesso dietro l’angolo.
Ma le
cose sono cambiate in questi ultimi due anni, quando, inaspettatamente,
la Colonia di Torre Argentina è diventata una meta turistica.
Immediatamente i volontari dell’Associazione hanno sfruttato la
popolarità, ideando un programma di adozione diretta e a
distanza dei
gatti ospiti della Colonia.
Le donazioni, intanto, sono state
rimpolpate soprattutto da aiuti tedeschi e americani, che hanno
permesso ai volontari di organizzare un programma di accadimento
più
sistematico: recupero e riabilitazione, nutrimento, visite e cure
veterinarie, sterilizzazioni, sverminamento, allattamento dei cuccioli
e monitoraggio della crescita.
A chi vuole adottare un micio
viene chiesto un contributo di 75 euro, destinato solo al pagamento
delle spese, perché tutti i funzionari, da qualche tempo anche
stranieri, lavorano a titolo gratuito, assicurando inoltre ai padroni
adottivi ogni genere di informazione, corrispondendo con loro via
e-mail e tramite il sito web.
Molti turisti, tuttavia, preferiscono
sottoscrivere un’adozione diretta e tornano in patria “importando”
legalmente un animale bisognoso d’affetto, a differenza di quelli che
rischiano anni di galera per portarsi a casa specie esotiche protette.
Oltretutto l’adozione diretta è quella più auspicata dai
responsabili
dell’Associazione, che si trovano, soprattutto nei mesi estivi, nella
necessità di ricavare spazio per i nuovi arrivati, dato che il
sovraffollamento, oltre che “problemi sociali”, causa infezioni
parassitarie e malattie.
Per
invitare gli amanti degli animali a portare a casa qualche adorabile
gatto, i titolari dell’Associazione organizzano dei veri e propri tour
degli scavi archeologici, cogliendo l’occasione per mettere in mostra i
piccoli felini, come in un esclusivo gattile dalla pittoresca cornice.
Lo
sforzo dei volontari nella tutela e nella salvaguardia delle colonie
feline sembra cominciare finalmente a destare un qualche interesse
anche nelle istituzioni pubbliche. L’Ufficio Diritti Animali del
Campidoglio (UDA), ha infatti istituito la Cat-Card, una tessera tutta
dedicata ai “gattari” di Roma e riservata ai titolari di colonie
feline, che dà diritto a sconti sulla merce dei negozi aderenti
all’iniziativa. Infine, il Comune di Roma, ha da qualche anno inserito
nella lista dei progetti per il Servizio Sostitutivo Civile, uno
dedicato proprio al censimento e alla tutela delle Colonie Feline
romane, ormai famose in tutto il mondo, con adozioni fino in
California.
In qualche modo questi gatti, da selvatici, sono
tornati ad essere domestici, scegliendo come casa la più grande
di
tutte, una città intera, la più antica, tra le cui “mura”
è facile
trovare ospitalità.
Sergio Lo Gatto
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