La corsa all'alba a Villa Borghese
8 dicembre 2004
a cura di Massimo Marnetto
Sono le 5 e un quarto di mattina (di notte?).Torno dall'aeroporto, dopo
aver accompagnato mia figlia, per strade irriconoscibili per quanto
sono vuote di auto e calve di pedoni. Entro in casa cercando di non
svegliare nessuno, doso la rotazione della chiave per accompagnare il
rilascio della serratura. Mi muovo felpato, faccio la pipì come
le
donne, ma non mi va di tornare a letto. Ho deciso: vado a correre a
Villa Borghese. Arrivo in punta di piedi nello stanzino per prendere la
roba per correre e nel corridoio incrocio lo sguardo perplesso della
cana (sì cana, cagna mi sembra brutto), che mi segue con le sole
pupille (troppo assonnata per alzare la testa).
Scendo in strada. E' ancora notte, l'aria è fresca, non fredda.
Corro
sempre partendo da casa e attraverso subito Piazza dei Quiriti, con la
sua fontana dove da bambino ho scoperto che i sassi della ghiaia
affondano e le barchette galleggiano, ma poi si allontanano, si fanno
attirare dal getto e muoiono come delle stupide.
I lampioni sono ancora accesi e danno un rinforzo di giallo ai piccoli
alberi di Via Pompeo Magno, già biondi d'autunno. Sento i miei
passi,
regolari, mentre attraverso i villini del primo novecento, che i
“benestanti” si costruivano al di là del Tevere, oltre il
Vaticano,
nella nuova zona dove c'erano i prati (e ancora oggi il quartiere si
chiama Prati).
Il battito è regolare, ho “rotto il fiato” e adesso il passo
è
“rotondo”. Lascio andare le gambe e sono già alla fine del
ponte, un
breve rettilineo, scendo dalla rampa e arrivo a Piazza del Popolo.
In questa quiete antelucana la sua bellezza arriva calma, ma solida e
armonica. Un vuoto voluto non fuori, ma dentro la Porta del Popolo, per
stupire i visitatori con il suo spazio, per colpirli con la potente
verticalità dell'obelisco centrale, l'acqua abbondante delle
fontane e
la fuga prospettica delle tre vie – il “tridente” – che s'infilano nel
centro come spiedi.
Attacco la rampa che porta al Pincio: è lo strappo più
duro, rallento
il passo e saltello sulle scale, mentre a sinistra mi lascio il
Collegio Agostiniano dove dimorò Martin Lutero fino a scappare
scandalizzato dalla corruzione della corte papale.
Poco più in là, c'è Santa Maria del Popolo, famosa
per i suoi
Caravaggio, dove i miei ci portavano spesso a messa la domenica, ma io
non riuscivo a stare calmo perché ero terrorizzato dal teschio
di marmo
che si affaccia da una nicchia della parete, da dietro una grata nera.
Me lo sono sognato un sacco di notti, accidenti a lui e al nobile che
si è fatto fare una tomba così tetra!
Arrivato alla terrazza del Pincio, faccio una pausa per smaltire la
micidiale fatica della salita e riprendo fiato bevendo con gli occhi un
panorama di Roma in bilico tra notte e giorno. Calmato il battito,
riprendo la corsa verso il Viale delle Magnolie e passo in rassegna
tutti i “ragazzi” del Risorgimento, tutti allineati in un filare di
candidi busti, con l'espressione impetuosa a stento trattenuta nel
marmo, i loro nasi, i loro nomi.
Allungo un po' e taglio per Piazza di Siena, dove ogni anno fanno il
Concorso ippico più esclusivo di Roma, proprio in quello che
fino al
'700 era il Campo Malo, il luogo dove venivano sepolte le prostitute.
Ci sono angoli ovunque che mi ricordano le ragazze che ci ho portato.
La panchina dove lei mi ha detto che… non voleva rovinare la nostra
bella amicizia e chi si era fatto tardi… quella dove l'ho baciata, ma
non è durata…il viale dove con i miei amici abbiamo attaccato
bottone
con un gruppo di francesine in gita scolastica, quando non siamo andati
a scuola…
Sono ormai zuppo di sudore, ma senza sofferenza. Passo davanti al
monumento dell'alpino e del mulo e non posso fare a meno, neanche
stavolta, di provare tenerezza e gratitudine per quell'animale tenace e
utile, non come la mia cana, che divora scatolette e mi giudica sempre
con sufficienza. Il cielo si è po' schiarito, ma le nuvole lo
tengono
ancora chiuso. Oltrepasso la copia perfetta del teatro shakespeariano
realizzato tutto in legno e senza sedili, dove si assiste in piedi allo
spettacolo.
Suonano le prime campane, Roma si sveglia e si stira come una gatta.
Adesso fare il ritorno in discesa è quasi un piacere. Si
spengono i
lampioni. E' giorno.

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