Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 30 gennaio 2006
La passione per la vita langue sempre di
più. Soprattutto tra i giovani, e soprattutto nei paesi
più ricchi. Ora i media incominciano a parlare più
spesso, anche aiutati dai primi film sull’argomento, del fenomeno degli
hikikomori, i giovani (pare circa un milione) che in Giappone rimangono
per anni chiusi nella loro stanza, riducendo al minimo le comunicazioni
con l’esterno. Si tratta nell’80% dei casi di maschi. A volte anche
molto giovani, meno di 14 anni, e possono restare chiusi nella loro
stanza anche per più di 15 anni. La psichiatria ha, giustamente,
subito fornito un nome al nuovo disagio: “acute social withdrawal”,
ritiro dal sociale in forma acuta.
Come sempre però, dare un nome ai fenomeni non significa
risolverli. Anzi, il rischio è quello di chiuderli in una
classificazione di comodo, per poi sbarazzarsene dal punto di vista
delle coscienze individuali, e affidarne la soluzione ai farmaci. Per
evitare questo rischio è necessario, prima di darci delle
risposte, farci tante domande, senza stancarci. Tanto per cominciare:
siamo sicuri che gli hikikomori, i ragazzi “rannicchiati su se stessi”,
siano solo giapponesi, e non anche italiani, francesi, tedeschi?
Pare proprio di no. Qualsiasi persona, padre o madre, ha visto negli
ultimi anni crescere attorno a sé, magari tra gli amici dei
figli, nel condominio in cui abita, nel paese dove va in vacanza,
questi ragazzi fantasma, pallidi e silenziosi, dalle apparizioni rare e
veloci. I genitori raccontano che preferiscono starsene nella loro
stanza, generalmente in compagnia di alcune macchine: playstation,
computer, televisore. Il telefonino è ammesso, ma più per
mandare S.M.S. che per comunicare direttamente. La voce umana, la loro
come quella degli altri, li turba, come ogni altra manifestazione di
corporeità, come ogni cosa che viva e respiri, e non sia
attaccata ad una presa elettrica. Non vanno a tavola a mangiare (sempre
più spesso, però, non c’è neppure più un
desco familiare attorno al quale sedere, ognuno mangiucchia per conto
suo), ma sgranocchiano il cibo che la famiglia passa loro dalla porta
della camera in cui vivono. Non hanno storie sentimentali concrete, con
persone con le quali passano il tempo, scambiano emozioni, vivono
desideri. A volte hanno però scambi virtuali, via internet, con
persone che non hanno mai visto, e con le quali si aprono sul vuoto e
la noia che caratterizza la loro vita. I più vitali mettono in
rete un blog, dove raccontano la loro agiata, ma non per questo priva
di dolore, via crucis.
Raramente, però, i genitori si dicono che questi figli sono
malati, e cercano di farli curare. Anche perché riconoscere la
loro malattia vorrebbe dire riconoscere le proprie
responsabilità. Ciò che è mancata, di solito,
è la consapevolezza della necessità di unire l’attenzione
affettiva per i figli, ad uno sguardo critico sul mondo in cui vivono,
e gli stimoli cui sono sottoposti. Bisogna infatti essere molto
distratti per non accorgersi di cosa accade se si lascia i ragazzi
preda dell’automatismo del consumo, in una situazione di benessere
familiare. Rapidamente, playstation, T.V., computer, diventano barriere
tecnologiche che occupano tutta l’attenzione, separandoli dal mondo
vivente, quello dei corpi e degli odori, dei sapori e delle emozioni.
Il mondo delle loro macchine parlanti, diventa così più
familiare di quello degli esseri umani (non programmati), la cui
imprevedibilità li spaventa.
Regaliamo pure ai nostri figli queste macchine meravigliose, ma non
lasciamoli nelle loro reti. C’è il rischio che non ne escano
più.