Dalla rivista TOSCANA OGGI n°42 del 25 novembre 2007
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Rimedi vecchi e nuovi per combattere l'influenza

di Carlo Lapucci
Come viene il tempo dei cipolloni, dei geloni, delle ciliegie, delle
zanzare, viene anche quello dell’influenza e ormai ci siamo: ognuno,
forte delle proprie convinzioni e dell’annosa esperienza, nonché con
qualche sua idea stravagante, cerca di combattere il morbo: vaccini,
diete, alimenti speciali, ricostituenti… amuleti. Ogni tanto spunta
fuori una moda, come fu quella preventiva dell’olio di fegato di
merluzzo, panacea di tutti i mali, che veniva fatto ingurgitare a
cucchiaiate giornaliere a chi ebbe la malaugurata idea di fare il
ragazzo nel secondo dopoguerra.
Molto prima ancora ci si raccomandava ai santini e agli abitini,
agli scapolari, ma con l’influenza non ce l’ha mai potuta nessuno. Nel
nostro tempo, irrobustitasi la popolazione, scoperti gli antibiotici,
migliorati l’igiene e i sistemi di riscaldamento, l’influenza non è più
lo spauracchio d’una volta, male di cui si poteva facilmente morire. Si
chiamava con altri nomi, aveva forse anche altre forme, ma era la
malattia di sempre che arriva quando il freddo ha indebolito le difese
dell’organismo e colpisce a cominciare dai più deboli, all’apparato
respiratorio o digerente. Un tempo si prendeva come un malanno e ci si
rimetteva a Dio, sempre tenendo conto del proverbio: Aiutati che Dio
t’aiuta. Certamente l’inquinamento ambientale, alimentare ha reso più
vulnerabili gli organismi ed è difficile dire quale incidenza avesse
nei secoli passati questa epidemia.
Il primo significato del termine influenza è il fluire, lo scorrere
di un liquido, d’un fluido. Il secondo è una sua metafora: il
discendere dalle stelle d’una forza, d’un influsso che condiziona,
altera, inclina le cose materiali e spirituali, del mondo e dell’uomo,
compreso il destino. Da questo significato prese nome il malanno e ci
si dovrebbe anche credere se nomina sunt consequentia rerum (i nomi derivano dalle cose).
Certo è molto più comodo dare alle stelle la colpa dei propri guai, che
autoflagellarsi incolpandosi della propria malattia per aver versato un
detersivo per le scale, gettato bombolette scariche dalla finestra, o
gettato nel cesso qualche ettolitro di sciroppo d’aghi di pino per la
tosse, fatto con anni e anni di lavoro, ed ereditato con la cantina
dello zio Annibale buonanima.
Fu Don Ferrante il primo a cercare una via per così dire più
razionale e scientifica alla spiegazione del fenomeno. Anche allora ci
si contentava di sapere i motivi; il malanno, era pacifico come è oggi,
che ognuno se lo doveva tenere. Manzoni, delineando il prototipo
dell’intellettuale italiano politicamente corretto, ci dice che questo
gentiluomo si era fatto banditore della sua teoria per la quale,
negando il contagio, sosteneva che la famosa peste secentesca era
causata dalla congiunzione di Saturno con Giove e dalla pestifera
influenza che ne derivava. Con ragionamenti altamente filosofici trovò
il modo di mandare in bestia parecchi… «non prese nessuna precauzione
contro la peste; gli si attaccò; andò a letto, a morire, come un eroe
del Metastasio, prendendosela con le stelle». E questo dimostra anche
come si può morire felici per le proprie idee.
Non tutti però hanno la fermezza degli uomini di grande erudizione.
Le persone di bassa o di media cultura si sono sempre pedestremente
ingegnate, coi mezzi che offrivano i tempi, a trovare un possibile
rimedio. Solo un farmaco ha attraversato i millenni ed è ancora sui
banchi delle farmacie: l’aspirina. L’acido salicilico, contenuto nel
salice, è la base di questo comune farmaco: si sa che gli Assiri e i
Babilonesi, allorché si manifestavano certi disturbi, ricorrevano a
questo che forse è il più antico medicamento: masticavano foglie o
rametti di salice, che fungeva da aspirina, abbassando sensibilmente le
febbre. Tuttavia la funzione antipiretica è l’unico sollievo per queste
affezioni influenzali che abbassano le difese immunitarie e aprono la
strada ad altri malanni. Praticamente, tolta la prevenzione di vaccini,
il virus che muta continuamente non ha nemici.
Ippocrate (460-377 a. C.), padre della medicina, si era accorto che
il medicamento stava soprattutto nella corteccia del salice e ne
raccomandava l’estratto per la febbre e i dolori reumatici; gl’indiani
d’America erano dello stesso parere. Nel XVIII s’impiegò l’acido
salicilico nella cura della malaria mentre se ne diffondeva l’uso che
però, insieme ai numerosi effetti benefici, aveva effetti collaterali
devastanti con emorragie intestinali e reazioni allergiche. Fu Bayer
nel 1899 che, depositando il nome aspirina, trovò il modo di attenuare
gli effetti collaterali.
Questa è la parte più convincente della terapia antica, conservatasi
fino ai nostri giorni. Il resto consisteva nel caso migliore nel
rafforzare l’organismo con preparati e alimenti nutrienti, o ritenuti
tali. Tralasciamo gl’intrugli che, anche loro, hanno attraversato i
millenni e sono giunti fino a noi più o meno travestiti da medicine.
L’uovo ad esempio era a buon diritto consigliato ai malati per
irrobustirsi, ma in caso di influenze intestinali erano dolori. Spesso
veniva servito col brodo, altro alimento che si usava dare ai malati
come un vero toccasana. A questo proposito c’è una leggenda popolare
curiosa.
«Essendo Eva caduta malata stava piangendo nel suo giaciglio e di
giorno in giorno deperiva. Il Signore la vide dall’alto del cielo ed
ebbe paura che con la progenitrice si estinguesse il genere umano, per
cui mandò sulle terra l’Arcangelo Raffaele a portare ad Adamo una
cassetta dove erano raccolte tutte le medicine del mondo: bastava che
un malato l’aprisse perché ne venisse fuori il rimedio che lo faceva
guarire. L’Arcangelo si raccomandò che non la rovesciassero, perché
altrimenti le medicine si sarebbero confuse. Eva aprì la cassetta e
subito ne volò fuori un piccione al quale la donna tirò il collo e,
facendone un brodo, tornò in poche ore perfettamente sana. Così la
cassetta provvide alla salute. Ma un giorno Caino e Abele, ancora
bambini, trovarono la cassetta e ci cominciarono a giocare. Tanto
fecero che si rovesciò e le medicine si sparsero sulle erbe che, da
quel giorno, ebbero essenze salutari, ma non ci si ricorda alcuna che
faccia bene: solo il brodo di piccione».
La parte finale spiega anche un’altra convinzione della medicina
popolare: che le erbe contengano tutti i medicamenti necessari all’uomo
per le sue malattie. Questo principio non era separato dalla visione
magica né da quella religiosa: la virtù era infusa nella pianta.
Funzionava così anche una medicina spicciola di tutti i giorni,
ricavata dall’orto e dal bosco, e c’era la vera sapienza delle erbe e
una parte non piccola che debordava nella magia e nella stregoneria. Le
erbe infatti hanno una zona oscura della loro natura: affondano nel
buio della terra le loro radici: per metà appartengono al mondo della
luce, per metà a quello delle tenebre. Le stesse erbe sono ambigue
nella loro natura: portano salute e morte, e solo l’opera del sapiente
può separare ritualmente le due cose.
Anche Plinio (Naturalis Historia,
XXIV, I) è di questo avviso: «Nemmeno le foreste e le zone ove la
natura si presenta nel suo aspetto più selvaggio sono affatto prive di
piante officinali: non c’è luogo ove quella santa madre di tutte le
cose non le metta a disposizione dell’uomo, al punto che il deserto
stesso diviene fonte di medicinali. La natura avrebbe desiderato che
fossero i soli medicamenti: a disposizione di tutti, facili da trovarsi
e ricavabili senza alcuna spesa dalle sostanze di cui viviamo. Più
tardi eccoci a decantare misture ed intrugli complicatissimi; si fa
venire il medicamenti dal Mar Rosso, mentre i farmaci più efficaci se
li masticano ogni giorno a cena i poveracci. Basterebbe andare a
raccogliere erbe ed arboscelli nell’orto, perché la medicina divenisse
la più misera delle professioni...».
Nell’Antico Testamento si trova la celebre visione di Ezechiele (Ezechiele XLVII) che afferma lo stesso principio: Vidi aquam egrediente de templo...,
un fiume esce dal lato destro del luogo sacro, portando acqua di
salvezza nel mondo. Questa visione di risanamento e salute si collega
con il mondo vegetale:
«Era un fiume che non potevo attraversare perché le acque erano
cresciute, erano acque navigabili, un fiume da non potersi passare a
guado... Poi voltandomi vidi che sulla sponda del fiume vi era una
grandissima quantità di alberi, da una parte e dall’altra... Queste
acque vanno a riuscire nella regione orientale, scendono nella pianura
ed entrano nel mare, sboccate in mare ne risanano le acque. Ed ogni
essere vivente che si muove dovunque arriva il fiume vivrà: il pesce vi
sarà abbondantissimo perché dove giungono quelle acque esse risanano e
tutto rivivrà...
E lungo il fiume, su una riva e sull’altra, crescerà ogni sorta di
alberi fruttiferi, le cui fronde non appassiranno, e non cesseranno i
loro frutti, che ogni mese matureranno, perché le loro acque sgorgano
dal Santuario. I loro frutti serviranno da cibo e le foglie da
medicine».
Tornando alla nostra influenza da curare con gli almanacchi bisogna
dire che questa malattia non era chiara prima della scoperta dei virus
e anche in seguito veniva confusa con altre affezioni, indicata in modi
diversi a cominciare da quelle febbri autunnali dei latini le cui
tracce sono rimaste forse nel proverbio: Febbre autunnale o lunga o mortale.
Il termine entrò nell’uso comune con la tristemente famosa epidemia di
spagnola del 1919. Anche i repertori della Scuola salernitana poco o
nulla dicono dell’influenza: le manifestazioni di questo tipo venivano
imputate sì agl’influssi celesti, ma soprattutto all’aria, alle
condizioni atmosferiche, alle esalazioni, ai venti. Frequenti sono le
raccomandazioni a vivere in ambienti sani, ventilati, luminosi e di
specifico è tutto lì.
Nello studio sulla medicina popolare del Pitrè, antropologo e medico
della fine dell’Ottocento, non esiste il termine influenza con questo
significato. Così gli altri repertori del genere pongono l’influenza
sotto «vari tipi di febbre» e la curano come tale. Di conseguenza si
torna al salice e ai palliativi perché più o meno sono tutti
antipiretici. Come primo intervento che forse ritenevano specifico, si
davano infusi di fiori di rosmarino (Rosmarinus officinalis), di gemme di faggio (Fagus selvatica), di narciso silvestre (Narcissus silvestris).
Ai bambini la mela grattata ritenuta capace di combattere la febbre. Si
dava poi, come più potente rimedio, il decotto di foglie di tarassaco (Taraxacum vulgare),
detto dente di leone, dente di cane, oppure, con più gentile eufemismo,
pisciacane. Si tratta di una pianticella comunissima che si trova
dovunque nei luoghi incolti, lungo le strade e sui vecchi muri ed ha
forte azione antifebbrile.
Ora studiate bene la faccenda, anche consultando i vostri calepini,
preparate colini e pignatte, alambicchi e vedete un poco se l’idea
d’andare per la campagna un po’ balordi, con vento e il nevischio in
faccia, a cercare la modica quantità di Taraxacum vulgare,
vi fa raggiungere la calma rassegnazione nei nostri antenati, che è il
miglior presupposto per guarire. Poi, sempre con calma, prendete la
rubrica telefonica, andate alla lettera D e chiamate il dottore.
Vecchi rimedi da conoscere ACQUA D’ORZO – Per i bambini con disturbi riguardanti la digestione. ACQUA DI MALVA – Per disturbi digestivi. ACQUA E SALE
– Nel caso di suppurazioni e giraditi si usava immergere la parte
interessata in acqua calda e sale. Si facevano sciacqui per
l’irritazione della bocca. AGLIO – Si usava contro i bachi, gli ossiuri dei bambini. ALLORO – L’infuso era dato a tazzine contro il raffreddore. BORRAGINE – Una foglia di quest’erba veniva posta sulle ferite per farle decongestionare e rimarginare. CAMOMILLA –
Usata in infuso come calmante o per dormire; somministrata contro i
disturbi di pancia in genere. Con l’infuso si lavavano gli occhi
irritati. CASTAGNA D’INDIA –
Era ritenuta efficacissima contro le emorroidi che si curavano portando
semplicemente in una tasca un frutto d’ippocastano. Ancora in uso. CENERE – Messa in sacchetti veniva posta molto calda sulle parti doloranti per l’artrite, particolarmente sul collo. CHIARATA D’UOVO – Usata per le distorsioni. La chiara veniva sbattuta e messa sulla parte dolorante. CIPRESSO – Le bacche nell’acqua bollente erano usate per fomenti contro il raffreddore. FARINATA – Veniva data alle puerpere per aumentare il latte. LIMATURA DI FERRO
– Veniva prelevata dal fabbro della più fina. Posta in un’ostia
bagnata dentro un cucchiaio, vi si involgeva, inghiottendola. GRAMIGNA – Ne veniva fatto un decotto e somministrato per i dolori di pancia e la tosse. LINGUA DI CANE – Le foglie di questa pianta (Plantago lanceolata) venivano lavate e poste sopra le scottature. LINO
– Soprattutto il seme viene usato per impiastri e posti su varie parti
del corpo contro varie malattie come costipazione, tosse, raffreddore,
bronchite. MALVA – Il decotto era impiegato contro la tosse insistente. OLIO SBATTUTO CON ACQUA – Era usato per le scottature del sole. ORZO – L’acqua d’orzo molto calda veniva data a bere per il raffreddore. RISO – Si fa mangiare come astringente contro la diarrea. TASSO BARBASSO – Le foglie di tasso si pongono sopra i foruncoli per decongestionarli.
Preparati tradizionali con le erbe INFUSO
– Si usa questo metodo di preparazione quando la pianta contiene
sostanze che non devono alterarsi con l’ebollizione. Si ottiene
versando acqua bollente sulle foglie o altre parti della pianta
(fresche o essiccate) da cui si vuol ricavare il preparato, lasciando
poi in infusione per poco tempo: dai cinque ai quindici minuti. Il
liquido ottenuto si filtra. DECOTTO
– Si usa per ottenere dalla pianta quei principi attivi che si
estraggono con l’ebollizione. Si ottiene mettendo nell’acqua fredda le
parti della pianta interessata: steli, erbe, fiori, foglie e parti
legnose e facendole bollire. TISANA
– Termine che non indica un procedimento di preparazione ma un uso
terapeutico d’un decotto, d’un infuso o anche d’una macerazione.
Indicava propriamente un tempo una bevanda d’orzo cotto in acqua. TINTURA
– Questa soluzione prevede solventi diversi per la sua preparazione:
l’alcol è quello più comunemente usato, ma trovano impiego anche
l’etere o il vino o l’aceto, ovvero più semplicemente l’acqua. Può
essere fatta di sostanze vegetali o minerali. Si prepara sia con una
sola sostanza, che con una mescolanza di sostanze diverse. Le tinture
hanno la proprietà di contenere in alta percentuale i principi attivi
delle varie piante. Sono tinture vegetali assai conosciute la tintura
alcolica di genziana, di belladonna. ESTRATTO
– Si ottiene generalmente per evaporazione di soluzioni acquose o
alcoliche, o ottenute con altri solventi di preparati vegetali. Sono
conosciuti gli estratti di camomilla, di noce vomica, di rabarbaro, ecc. SCIROPPO
– Soluzione acquosa piuttosto densa di zucchero a cui si aggiunge quasi
sempre sostanze medicinali per uso terapeutico, o sostanze aromatiche
per farne bibite. UNGUENTO –
Medicamento esterno, pastoso di consistenza, che si liquefà a contatto
col corpo al momento della sua applicazione. È costituito di grassi,
olii, resine di tipo aromatico.
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