Al Telethon

Un libro del direttore dell’Swg edito da Einaudi

Roberto Weber: corriamo per riuscire a scappare dal richiamo del superfluo

Alessandro Mezzena Lona

 

Manca un’ora al tramonto e spira un leggero vento, sul Carso. Uno stimato professionista procede di corsa lungo una strada sterrata. Cerca una traiettoria dentro quel labirinto di sentieri che formano il paradiso dei runner triestini. Cerca di tenere un ritmo costante, s’inerpica, sfiora pini secolari e arbusti disseminati sul bordo di quel nastro sassoso. Poi, quando ormai la sgambata volge al termine, il corpo e la mente entrano in sintonia. Provano un brivido lunghissimo che, in una lampo, diventa l’illusione del volo. L’inconoscibile, l’indicibile. Forse è partito da lì. Da quell’emozione così difficile da condividere con le persone che accompagnano, giorno dopo giorno, le sue giornate di lavoro, di impegni incalzanti, di maledetta routine. O forse, più semplicemente, Roberto Weber, direttore dell’istituto di ricerca Swg, ha recuperato dentro di sé lo stupore di appassionato del running che si vede circondato da una folla sempre più immensa di gente che corre. A tutte le età, a tutte le ore del giorno. Sull’asfalto, sullo sterrato. In pista e in riva al mare. Per fare un po’ di movimento, e ascoltare quattro canzoni in santa pace dentro le cuffiette dell’iPod, o per sfidare il massacro della maratona quando i primi capelli cominciano a ingrigire. Fatto sta che proprio lui che, come recita la sua scheda biografica, per mestiere «analizza l’opinione pubblica e cerca di prevederne - con alterne fortune - i comportamenti elettorali», ha deciso di ragionare sul fascino grande del running in un libro. In un saggio, intitolato «Perchè corriamo» (pagg. 113, euro 8), che Einaudi ha inserito nella collana «Vele», e che viene distribuito oggi nelle librerie. No, non ha pensato all’improvviso al perchè del successo della corsa. E forse non è stata neanche quella magica sensazione di staccare l’ombra da terra, di librarsi in volo con la forza delle sole gambe che rullano sullo sterrato, a spingere Weber a mettere assieme questo libro. Piuttosto, in lui sono finiti per riaffiorare i ricordi di una giovinezza trascorsa a calcare i sentieri delle corse campestri, a cercare un sempre miglior tempo in pista. Portando dentro gli occhi le immagini dei grandi atleti del passato: da Zatopeck a Bikila, da Mirus Yifter «the Shifter» a Coe, da Juantorena a Fiasconaro, da Gebrselassie a El Guerrouj. Doveva partire dai ricordi, Roberto Weber. Da quell’infanzia triestina che, dopo avergli proposto nei primi anni un copione da «bambino rotondetto, carino, piuttosto viziato, che scorrazza tutto il giorno a piacimento in un giardino immenso», lo mette troppo presto faccia a faccia con una sconosciuta infezione polmonare. Che, grazie a una cura a base di medicine potentissime acquistate in Svizzera, lo consegna a una seconda vita «indebolito, zoppicante, smagrito e con la sensazione - a dire il vero non priva di allegria perchè mi garantisce attenzione e cure infinite - di essere per sempre segnato da una fatale debolezza».


E invece no. A un certo punto la vita gli concede una terza chance. Per permettergli di uscire da quell’esistenza «sotto custodia», sempre difficile da accettare. Soprattutto quando, davanti a te, il cammino è appena iniziato. Un giorno, fuori di scuola si materializza Giulio, l’allenatore del Gretta Football Club. «Si presenta inopinatamente - scrive Weber - con l’obiettivo di reclutare almeno dieci ragazzini per il campionato provinciale di corsa campestre. Forse all’oscuro della mia ”storia”, mi invita a partecipare. Senza dir nulla a mia madre, dico di sì. Non lo so ancora, ma una nuova spettacolare terza vita è alle porte». Così Weber ha incontrato la corsa. Scoprendo, con curiosità ed emozione, i rituali di un mondo dove la fatica e il dolore sono sempre compagni di viaggio. Dove i miglioramenti di pochi secondi possono costare mesi e mesi di allenamento. Dove ti può capitare di essere forte, davvero forte, come il portoghese Fernando Mamede. E anche se tutta la gente è con te, ti sostiene, ti incita, crede nelle tue possibilità di vittoria, ogni volta che si avvicina un appuntamento importante, ogni volta che si profila un avversario un po’ più ostico, il sogno diventa incubo. Il traguardo sembra allontanarsi metro dopo metro. E gli avversari scappano via, sempre più lontano. Come avessero le ali ai piedi. La leggerezza di un Bikila che stravinceva a piedi nudi, la grinta di un Gebrselassie, gli allunghi imperiali di Howett, la leggerezza da scoiattolo di Coe, il passo elegante di Baldini, la laboriosa ricerca dell’imbattibilità di Bordin. Come immagini di un film che non ti abbandona mai, scorrono negli occhi di Weber. E si trasformano in parole. Assumono le sembianze di storie. Ma non riescono ancora a spiegare perchè, oggi, uno stuolo di persone si riversi sulle strade a correre. E allora, per dare una risposta a quella domanda da cui è partito, «perchè corriamo?», Weber deve abbandonare il ricordo dei grandi campioni. E mescolarsi ai tanti runner che sfidano i 42 chilometri della maratona anche se, quand’erano ragazzi, non riuscivano mai a brillare in una gara che fosse una. Deve rincorrere la massa di facce anonime che la domenica «nelle cosiddette non competitive si ritrovano alla ricerca della linea di partenza uguale per tutti, e del cronometro che implacabilmente non mentirà». Perchè, questo è il punto, «la corsa nel suo aspetto di fenomeno di massa ci appare come un fattore compensativo di inalterabili disuguaglianze». Sembra dunque, scrive Weber, che «su piste e strade gli uomini dell’Occidente inseguano un ”surrogato” di quella giustizia sociale e distributiva che stentano a trovare nella società». Soli davanti alla sfida, liberi da quel meraviglioso superfluo che anni di benessere, e di società dei consumi, ci hanno regalato, i runner vanno alla ricerca di una felicità che è fatta di leggerezza. Di sottrazione. La corsa scava, prosciuga, vuota. E non concede bluff. In un’epoca dominata dalla sofisticazione, dall’apparenza, rullare le gambe su strade d’asfalto, su sentieri di terra, su prati erbosi, porta a confrontarsi con se stessi. Con quel Sé che, tutti i giorni, deve restare nascosto dietro maschere sempre nuove.

 

Da “il Piccolo” quotidiano di Trieste del 22 maggio 2007

 

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