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DA TOSCANA OGGI DEL 09-05-2007 http://www.toscanaoggi.it Fra storia e leggenda: le città toscane scomparse ![]() di Carlo Lapucci
Oggi, anche volendo, non sarebbe più possibile andare a Canossa: non solo Matilde si trova a far terra per ceci, ma anche il Papa ha altro da fare che aggirarsi tra le rovine del castello, di cui restano solo poche pietre. Eppure fu una rocca imprendibile e famosa per l’umiliazione, nota in tutto il mondo. Le città prima o poi scompaiono, o rimangono di loro solo piccoli villaggi: Troia, Sparta, Micene, Tebe, Susa, Persepoli, Selinunte, Pompei, Nora. Il fenomeno attualmente con l’espansione straordinaria che ha avuto la popolazione del globo non è avvertito: le città, se non aumentano il numero di abitanti, rimangono stabili, pure l’esperienza dice che quel che è avvenuto avverrà, anche se in maniera lenta, che per i contemporanei è quasi inavvertibile. Dante aveva sotto gli occhi questo fenomeno e fa dire al suo
avo Cacciaguida (Paradiso XVI,
73): Luni, grande colonia romana nel II secolo, fu pressoché una metropoli raggiunse 10.000 abitanti, poi decadde. Ubisaglia, nella provincia di Macerata, conobbe antichi splendori, ma era già in grave decadenza. Chiusi fu una delle più potenti città etrusche e regno di Porsenna; della gloria di Senigallia rimane appena la proverbiale fiera, dove, come si dice, valeva la regola: chi ha avuto ha avuto. Semifonte e altre città Molte storie mitologiche e leggendarie sorsero durante il Rinascimento. Ogni epoca ha le sue manie e quel tempo ebbe l’idea che non potesse esistere una cosa degna di considerazione se non aveva rapporti con il mondo classico e dove non c’erano s’inventavano. La tendenza andò avanti e si sviluppò nei secoli successivi, finché il Romanticismo gli dette l’ultimo tocco inventando anche le rovine, che venivano costruite ex novo nei parchi all’inglese, come elemento suggestivo. Oggi, qualunque cosa serva a incrementare il turismo, trova subito seguaci devoti e accesi sostenitori, per cui si va avanti così. Spesso qualche base di verità esiste. Cosa per la storia fu un’antica e fiorente città dell’Etruria, devastata nel V secolo forse dai Visigoti. Nel IX risorse sulle sue rovine Ansedonia, a sua volta distrutta. Testimoniano la sua potenza opere imponenti come la celebre Tagliata etrusca, che corre per cinque chilometri sboccando al mare in una zona rocciosa. Il Bagno della Regina è una serie di cunicoli allagati, sotto cupole rocciose, illuminate da aperture nascoste dalla vegetazione. Forse fu un luogo di culto collegato alle acque; resta un mondo di suggestiva bellezza. Già Fazio degli Uberti scriveva nel Dittamondo (Libro III, cap. 9):«Là è ancora dove fu Ansedonia, / là è la cava dove andar a torme / si crede i tristi, ovvero le demonia». La leggenda vuole che il canale sia stato fatto scavare da una regina, bella quanto perversa, la quale vi fece il luogo dei suoi piaceri nuotandovi nuda con cortigiani e cortigiane e dandosi a ogni sorta di perversità. L’ira divina permise che si precipitasse nello Spacco, proprio mentre vi si svolgeva un’orgia, un’orda di demoni i quali distrussero la città e la reggia. I peccatori furono tutti trascinati all’inferno per le voragini spaventose che ancora si vedono. Altra città leggendaria è Apua, sugli Appennini della Lunigiana, che fu distrutta probabilmente dai Romani, ma può darsi anche dai Saraceni. Si vuole che prima che la abitassero i Liguri apuani sia stata fondata dalla Regina di Saba, deviando il fiume Magra per trovare lo spazio utile all’insediamento. Ma non si saprebbe neppure dire con precisione dove si sia trovata quella città. La storia si confonde con quella di Pontremoli, che qualcuno vuole sorga sopra le rovine di Apua. La storia sa essere anche ironica quando vuole. Col curioso toponimo di Poggio Buco, nei pressi di Manciano, pare che sia da identificare il pochissimo che rimane di una città fantasma detta Statonia, che ebbe, secondo la leggenda, i suoi grandi fastigi in tempi imprecisati, ma antichi certamente. Non si sa nemmeno se Poggio Buco fa sul serio, perché alcuni esperti vorrebbero che Statonia sorgesse invece fuori della Toscana, nella zona di Ischia di Castro. Meno leggendaria, ma assai sfuggente è la storia di
Vivinaia, in Val
di Nievole. Sorgeva qui il castello del Marchese Bonifazio, padre della
Contessa Matilde di Canossa, che vi accolse ospiti il pontefice
Benedetto IX e l’imperatore Corrado col suo seguito. Nel luogo dove
sorgeva tanto splendore sorse poi il cimitero di Montecarlo e nulla
più
si ritrova. La decadenza nel nostro tempo Gli abitanti rimasti aggrappati alle loro mura le sfruttano
quanto
possono: diventano affittacamere, ristoratori, albergatori,
commercianti, bottegai, venditori di ricordi, di gite turistiche,
organizzatori di spettacoli, speculatori, mentre gli appartamenti
passano pian piano, ma inesorabilmente nelle mani di gente facoltosa
che abita lontano, spesso stranieri che ne fanno la sede occasionale
per i loro affari, per i loro divertimenti silenziosi e segreti,
vacanze, pensioni: luoghi vuoti, con persiane per lo più chiuse,
finestre senza fiori, portoni sprangati per mesi e mesi, dove gli
abitanti appaiono improvvisamente e scompaiono immediatamente,
strisciando come ombre. Tutto coperto dal carnevale turistico che
impazzisce nelle strade principali. Il seguito e l’esito della vicenda non si immagina: è un capitolo che forse non è stato ancora mai scritto nella storia, ma non pare che preveda un lieto fine. La leggendaria fine di Luni Un capo barbaro, di nome Astingo, aveva giurato al padre
morente che
avrebbe conquistato Roma e prese il mare con molte navi cariche
d’armati. Costeggiando la Spagna, poi la Francia, quindi l’Italia,
giunse a Bocca di Magra e risalì quanto poté il fiume.
Sbarcato, avanzò
sulla terra scoprendo una bellissima città, difesa da alte mura.
Era
Luni, città ricchissima e fiorente che dominava la Lunigiana,
regione
circostante, che da questa aveva preso nome. Luni era talmente bella,
grande e forte che i barbari credettero d’essere giunti a Roma e d’aver
risalito il Tevere invece del Magra. Astingo comprese che con le sue
poche forze non avrebbe avuto ragione dell’esercito e delle difese
d’una simile città. Fece allora abbrunare le bandiere del suo
esercito,
issare sulle navi le insegne del lutto, calare a mezz’asta i vessilli.
Inviò quindi al Conte di Luni e all’Arcivescovo messaggeri di
pace,
chiedendo di poter onorare e seppellire nella cattedrale il loro capo,
morto durante la navigazione, dopo aver fatto voto di farsi cristiano.
Tanto erano devoti e umili i messaggeri, che il parlamento di Luni
concesse l’autorizzazione di portare il corpo del capitano nel Duomo.
Sfilarono i soldati, gli ufficiali e i generali portando sulle spalle
la bara col corpo di Astingo. Quando questo fu deposto davanti
all’altare, al canto del Libera me, Astingo balzò su come uno
spettro e
coi suoi uccise tutti coloro che erano nella chiesa.
Le altre città
scomparse fuori della Toscana Pompei – Di origine osca, sorse nell’VIII sec. a.C. Passò agli Etruschi, ai Greci, ai Sanniti, ai Romani. Ricca e fiorente fu distrutta da un terremoto (62 d. C.), risorse per finire sepolta nel 79 dalla grande eruzione del Vesuvio sotto sette metri di cenere. Insieme a Stabia ed Ercolano. Abbandonata e dimenticata restò una collina deserta fino al XVI secolo, ma gli scavi veri e propri iniziarono solo nel secolo XVIII. Badia Sommersa – Una voragine ha fatto sprofondare la Badia sommersa di San Giacomo in Cella Volana, a Vacolino, nella laguna di Comacchio. Si racconta che fu Dio stesso una notte a dire allo splendido paese: – Il tuo compito è giunto alla fine. La chiesa, ormai abbandonata da tutti per l’aria insalubre, sprofondò nella terra dal tramonto all’alba, quando il sole illuminò le onde del mare, là dove la sera c’erano i marmi e le guglie. Tisana – Sul monte San Primo, in Brianza si racconta della scomparsa e mai più identificata città di Tisana che un tempo aveva ospitato anche Bacco e Sileno i quali, a detta di qualcuno, ne furono anche i fondatori. Ma non si trova ormai più nulla. Ardea – Fondata secondo le leggende da Ardeas, figlio di Ulisse e di Circe (di Danae e Pilumno, secondo altri) fu città latina fiorentissima, capitale dei Rutili, allo sbarco di Enea in Italia. Decotte dopo le Guerre Puniche. Oggi è una borgata sulle rovine dell’antica città, con ricordi maestosi dell’antica gloria. Rocca d’Anversa – Rocca d’Anversa negli Abruzzi si dice sia scomparsa per causa del feudatario Titta di Capua, il quale uccise un amico, Fusco; per prendesi la moglie. Il fratello dell’ucciso una notte venne da Napoli e, sparso una gran quantità di liquido infiammabile, dette fuoco al feudo e al castello riducendo l’omicida e tutta la sua terra in cenere. Dall’incendio non risorse neppure una capanna e oggi restano solo rovine. Suasa – Suasa, nella Valle del Cesano, fu una città potentissima della VI regione augustea che per la sua ricchezza e il suo splendore fu detta La piccola Roma, La Roma dell’Adriatico. Ebbe legami strettissimi con i Romani che la potenziarono, favorendo la presenza della popolazione romana, per tenere a bada Sanniti, Etruschi e Galli, sui quali dominò per secoli in nome di Roma. Alarico la colpì proprio per questo: distruggendola sperava di sollevare le popolazioni animate dall’antico odio verso Roma. Questo non avvenne, ma Suasa, dopo nove secoli di storia, non risorse mai più dalle sue rovine e anche di quelle poco rimane. Castro – Un destino singolare ha avuto Castro, sorto improvvisamente e ben presto improvvisamente scomparso. Sorgeva su una rupe cosiddetta inaccessibile, tra due corsi d’acqua, l’Olpeta e il Fosso delle Monache, nella Maremma laziale. Piccolo e cadente paese fu eretto a capitale del Ducato di Castro dal papa Paolo III Farnese nel 1537 e, per opera, danaro e volontà papali, raggiunse rapidamente lo splendore d’un centro rinascimentale. Una quantità enorme di operai, insieme all’architetto Antonio da San Gallo il Giovane, la rese una meraviglia. Ben presto gl’interessi dei Farnese volsero verso Parma e Piacenza e Castro dopo il 1589 cominciò a decadere. Rimase come una scomoda inespugnabile fortezza in mezzo alle Maremme, sempre pronta a sollevarsi. Innocenzo X arrivò alla decisione di metter fine all’esistenza di Castro. Dopo la conquista una nuova folla di persone furono al lavoro per la distruzione di Castro, che fu spiantata dalle fondamenta, rotolando le pietre nei fiumi e i dirupi sottostanti. In poco tempo l’opera fu compiuta e il 3 dicembre 1649 la meraviglia architettonica era scomparsa. Rimase in piedi solo una colonna con la scritta Qui fu Castro. Era durata poco più d’un secolo. TORNA INDIETRO.... |