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L'ultimo
rito
Sport
e sacrificio
tratto da:
di
Carlo Oliva
Di
sport, com'è noto, si parla fin dagli albori della
civiltà occidentale. Nel XXIII canto dell'Iliade, che
sarà, sì, un tardo
libro "redazionale", ma non si può datare molto più in
giù degli
inizi dell'VIII secolo, si racconta di come Achille, per solennizzare i
funerali di Patroclo, indica (e doti di ricchi premi) una giornata di
"giochi" che comprendono la corsa con i cavalli, la corsa a piedi, il
pugilato, la lotta, la scherma, il tiro con l'arco, il lancio del disco
e
quello del giavellotto. Un programma in cui si cimentano fior di
campioni, da
Menelao, che vincerebbe con i cavalli se Antiloco non gli tagliasse la
strada,
a Ulisse, che fa pari nella lotta e arriva primo nella corsa, a
Diomede, che
supera Aiace nella scherma, ad Agamennone, che si vede attribuire il
premio nel
lancio dell'asta senza neanche averci provato perché tanto sanno
tutti che in
quella specialità il più bravo è lui. E anche se
in certe discipline
"plebee" (pugilato, disco, tiro con l'arco) si producono degli
specialisti ignoti al resto del poema, si capisce benissimo che il
gusto della
competizione atletica, e l'interesse per i premi in palio, fanno parte
a pieno
titolo del quadro valori della società aristocratica greca, come
ci appare in
questo suo primo, archetipale, ritratto.
D'altronde,
l'VIII secolo è quello in cui prendono
forma in via definitiva quei giochi olimpici destinati a perpetuare
l'ideale
aristocratico dello sport fino alle soglie del Medio Evo.
In Omero nulla, a prima vista, sembra collegare l'evento con
l'occasione. I
protagonisti dell'Iliade e dell'Odissea ostentano sempre
la più
sovrana indifferenza per gli aspetti magici e rituali delle pratiche
che, pure,
scandiscono la loro vita. Lo sport per loro sembra essere solo uno dei
campi in
cui esplicare quella volontà di primeggiare sugli altri in cui
identificano la
spinta morale. La loro areté (quella che noi traduciamo,
arditamente,
"virtù"), da un punto di vista etimologico non è altro
che la capacità
di fare qualcosa meglio degli altri. E chiunque eccella in un campo
qualsiasi
può essere abbastanza sicuro di ricevere un riconoscimento
adeguato: di un
certo Stentore, si sa, è stato immortalato il nome (V, 37)
soltanto perché in
battaglia gridava più forte degli altri.
Tuttavia, è difficile evitare il sospetto che una gara sportiva
inserita in una
cerimonia funebre sia qualcosa di più che una mera occasione per
permettere ai
partecipanti di ostentare la propria eccellenza. Una cerimonia
presuppone un
rituale e un rituale, per definizione, deve esprimere un significato. E
nel
mondo antico, il rituale più comune per quelle occasioni
è quello del
sacrificio: i sopravvissuti, rinunciando a godere di un certo numero di
beni,
li "rendono sacri" al defunto, assicurandogliene l'uso
nell'aldilà.
Persino nell'Iliade, dove dell'aldilà si preferisce
tacere e il
cerimoniale funerario, di conseguenza, è quanto più
possibile laicizzato,
Achille sacrifica alla memoria dell'amico, oltre alla propria chioma e
a dodici
prigionieri troiani una cospicua quantità di montoni, buoi, cani
e cavalli. In
questo contesto, una gara sportiva sembrerebbe alquanto incongrua, ma
che per i
greci esistesse un rapporto tra competizione atletica e sacrificio lo
sappiamo,
appunto, dai vari giochi (quelli olimpici inclusi) che quel popolo
celebrava in
onore dei suoi molteplici dei. I vincitori di quegli eventi agonistici
,
premiati, diversamente che in Omero, con una semplice corona di fronde,
la
deponevano sull'altare della divinità patrocinante, celebrando
così, in forma
essenziale e quasi simbolica, una sorta di sacrificio. A questo punto,
l'ipotesi per cui la gara potesse soprattutto servire a selezionare gli
individui più degni di offrire agli dei quell'omaggio s'impone
con una certa perentorietà.
Lo sport, allora, sarebbe una specie di rappresentazione simbolica
della
struttura agonale, competitiva, di quella società e della sua
cultura. Colui
che la gara destina a compiere il sacrificio ha la funzione di
rappresentare il
tramite tra il mondo degli uomini e quello degli dei. Non per niente,
negli
Epinici di Pindaro, il vincitore è costantemente messo in
rapporto con gli
eroi, che questa funzione di tramite rivestivano istituzionalmente.
Per buona sorte degli sportivi di allora, i Greci non celebravano
sacrifici
umani (l'Achille di cui sopra è una delle poche, clamorose
eccezioni). Perché
se la selezione atletica serve soprattutto in vista dell'offerta
rituale, è
difficile che a qualcuno non venga in mente di semplificare tutta la
situazione
sacrificando direttamente il vincitore. Succedeva d'altronde, per quel
poco che
ne sappiamo, in tutt'altri contesti storico geografici, per esempio
presso
alcune civiltà mesoamericane, come quella di Monte Albán,
in cui certe
competizioni a squadra servivano, forse, a stabilire chi dovesse venire
sgozzato in onore degli dei subito dopo la partita (ed è
improbabile che tanto
onore toccasse, come si sostiene di solito, allo sconfitto). E anche in
Grecia
veniva considerato un'ottima cosa, e un segno particolare del favore
divino,
se, dopo uno sforzo intenso compiuto per una nobile causa, qualcuno ci
restava
secco: basta pensare a episodi dal sapore vagamente parasportivo, come
quelli
di Cleobi e Bitone o del messaggero Filippide. Colui che più di
tutti si avvicina
alla divinità, è sempre un po' a rischio di essere
sottratto di botto ai
fastidi di questo basso mondo.
Oggi, naturalmente, siamo tutti più omerici, nel senso che la
vittoria è un
valore in sé e l'interesse principale dei competitori, certe
volte, sembra
proprio esaurirsi nel premio. Agli atleti si chiede spesso di
"sacrificarsi", ma è solo un modo di dire per significare che
devono
mettercela tutta, senza risparmiare sudore ed energia.
Eppure,
nel complesso rapporto di identificazione e
sublimazione che lega il pubblico degli stadi, dei palasport e dei
megaschermi
televisivi ai suoi beniamini, non è impossibile cogliere qualche
debole eco di
quelle remote investiture di significato. In una società sempre
più incapace di
maneggiare il divino, certi rituali remoti si ripropongono con
inquietante
regolarità.
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