|
Di corsa contro il doping genetico
Da “Avvenire” del 09
febbraio 2007
Di Pier Augusto Stagi
La ricerca italiana in aiuto dello sport
mondiale. Questione
di geni e di genetica. Questione di genio e creatività italiana,
per mettere al
tappeto, o per lo meno per frenare il doping prossimo venturo, il
più
invisibile e infingardo: quello genetico. Il grido di allarme è
stato lanciato
una decina di anni fa dai maggiori laboratori di ricerca sportiva del
mondo con
in testa l'Agenzia mondiale dell'antidoping, la Wada (Wo rld
Anti-doping Association), che anche
di recente ha denunciato a chiare lettere il pericolo del nuovo doping.
Per
saperne di più abbiamo incontrato il professor Mauro Giacca, 47
anni,
triestino, sposato e padre di due figli, direttore del Centro
Internazionale di
Ingegneria Genetica e Biotecnologia (ICGEB) di Trieste, unico in grado
di
"aggiornare" velocemente il test antidoping della Wada, per scoprire
il trasferimento genetico a fini sportivi. Per questo motivo
recentemente ha
siglato un importantissimo accordo di collaborazione con l'organismo
mondiale
canadese, il quale finanzierà l'istituto italiano con 430 mila
dollari, al fine
di mettere a punto un nuovo test antidoping. «La Wada ha lanciato in
pratica
un bando mondiale e noi abbiamo risposto con le nostre proposte e
soprattutto
con il nostro know-how - spiega Mauro Giacca, direttore del Centro di
Trieste e
coordinatore del progetto nel quale sono coinvolte anche
l'Università di Milano
(professoressa Gelfi) e Firenze (dottor Peraccini) oltre all'Istituto
di
Biofisica del Cnr di Pisa (dottor Friso) -. In pratica noi siamo stati
chiamati
a studiare le conseguenze del trasferimento di geni a fini di doping
sportivo.
E' un grosso progetto, che parte dal nostro importante interesse nella
terapia
genica cardiovascolare».
In cosa consiste la vostra sperimentazione?
«In questi anni abbiamo sviluppato, a fini terapeutici,
una tecnologia
molto sofisticata che consente di trasferire geni nel cuore (per ora a
livello
di sperimentazione solo sugli animali) in modo da migliorare la
vascolarizzazione nei pazienti che sono stati colpiti da ischemia o da
infarto.
In pratica il nostro obiettivo primario è quello di trovare
delle possibilità
terapeutiche per i nostri pazienti, trasferendo dei geni che stimolino
la
formazione di nuovi vasi sanguigni o aiutino la funzionalità del
cuore. Per far
questo prendiamo dei virus che si chiamano AAV, che sono dei piccoli
virus
molto diffusi tra la popolazione (si calcola che più del 90%
delle persone sono
venute a contatto), ma innocui. Noi li svuotiamo della loro
informazione
genetica e la sostituiamo con il gene che ci interessa».
E quale è il gene che vi interessa così tanto?
«Si chiama Igf1, se noi trasferiamo l'Igf1 nel cuore
abbiamo costatato che
miglioriamo di molto la performance cardiaca. Questo stesso gene se
viene
trasferito nel muscolo scheletrico, rende il muscolo ipertrofico,
quindi è
analogo ad un anabolizzante, e avendo noi a disposizione questa
tecnologia di
trasferimento di geni con questi vettori virali, la Wada ci ha
commissionato di
perfezionare i nostri studi: andando a individuare i marcatori,
scoprendo delle
tracce, delle spie, degli indizi per scovare le alterazioni che vengono
indotte
dal trasferimento. Noi abbiamo studiato come eseguire il trasferimento,
adesso cerchiamo
di mettere a punto anche un sistema per identificare chi cerca di farlo
in
maniera fraudolenta».
Ma lei ritiene che il doping-genetico sia già in uso?
«Non credo assolutamente, siamo ancora al fantasport,
ma la Wada
essendo estremamente
lungimirante, sta cercando di fare un'operazione importante di
prevenzione e
corre ai ripari. E' uno dei pochi casi in cui la ricerca sta cercando
di
anticipare il doping. Fino ad oggi è avvenuto esattamente il
contrario».
Quando sarete pronti?
«Il progetto ha una scadenza triennale, siamo
obiettivamente già molto
avanti, e pensiamo di poter avere già dei buoni marcatori per le
prossime
Olimpiadi di Pechino 2008».
Che idea si è fatto dello sport e dei suoi veleni?
«Che lo sport fa bene, se fatto con leggerezza e a
basse intensità. Quando
diventa un lavoro, quando si richiedono i risultati a tutti i costi,
non fa più
così bene e ogni strada è praticata pur di arrivare a
superare i propri limiti:
questo vale per tutti gli sport, nessuno escluso».
La ricerca riuscirà a scoraggiare chi del doping fa il
proprio credo?
«Scoraggiare non lo so, anche perché è
più una questione etica e culturale
che scientifica, ma la ricerca può dare una grossa mano per
scovare i furbi, e
rendere la vita sempre più difficile ai campioni costruiti in
laboratorio».
Crede che, sportivamente parlando, un asino possa diventare un
cavallo?
«Temo che con il doping genetico questo sia possibile.
Fino ad oggi no.
Starà anche a noi ricercatori, che siamo chiamati a rilevare
quei bio-marker o
proteine in grado di identificare subito la presenza eccessiva di Igf1
nel
sangue, a impedire che un asino diventi un cavallo».
Scusi professore, ma in tutto questo scenario, l'uomo dove si
colloca?
«Un po' qui e un po' là. E' la storia dell'uomo
e della vita: costantemente
diviso tra bene e male. Il filo è sottilissimo…».
Come la linea di un traguardo.
torna indietro....
|