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ATTUALITA'
DI DANTE
Questioni
dantesche: "Giusti
son due, e non vi sono intesi" ("Inferno", VI, 73)
Davvero è
notevole come i messaggi
formulati e messi in versi ormai settecento anni fa da Dante Alighieri
possano
ancora oggi diventare stimoli e spunti di riflessione applicabili al
nostro
pensiero e alla nostra vita. All'interno del nostro universo, dei
nostri
modelli di riferimento per quanto riguarda le regole di una serena e
civile
convivenza in società, trova ancora valida applicazione il
monito dantesco al
perseguimento della Giustizia, concezione di per sé valida, al
di là del fatto
che le si voglia dare una valenza anche religiosa o solo laica. In un
famoso
passo relativo all'esperienza infernale del terzo cerchio, quello
deputato alla
"custodia" e punizione dei Golosi, Dante incontra un personaggio (o
meglio, l'anima di un personaggio, ormai completamente sciolta dalle
contingenze terrene, inserita in un'altra dimensione, e quindi
obiettiva nelle
proprie valutazioni) che appartenne alla sua stessa città,
Firenze, e che proprio
su questa si sofferma, rispondendo al poeta-pellegrino, per spiegare
cosa
l'abbia portata alle guerre fratricide tra Guelfi e Ghibellini prima, e
tra
Guelfi Bianchi e Neri poi; a quali scellerate imprese giungeranno i
cittadini
di questa "città divisa"; e se è rimasto attualmente al
suo interno "alcun
giusto". Se chiare sono le risposte relative a passato e futuro ("superbia,
invidia e avarizia sono/ le tre faville c'hanno i cuori accesi",
dal che deriveranno i futuri, sanguinosi scontri), quella inerente al
presente
ha da sempre generato molte difficoltà interpretative: "Giusti
son due,
e non vi sono intesi". Già Boccaccio, nel suo commento al
poema
dantesco, confessava: "Quali questi due si sieno, sarebbe
grave
l'indovinare!"; e di séguito a lui, molti commentatori nei
secoli
vollero vedere invece in questo passo un riferimento a Dante stesso in
compagnia di un altro imprecisato personaggio: Dino Compagni, altro
guelfo
bianco autore di una brillante "Cronica", oppure Guido
Cavalcanti, il "primo amico" ricordato all'interno della "Vita
Nova", ecc. Spetta a Francesco Mazzoni, di contro a chi non si
esponeva e a chi identificava i "giusti" in due persone di
varia natura, aver posto qualche decennio fa la questione nei giusti
parametri
interpretativi, finalmente. Ecco quindi la soluzione più
convincente, a mio
parere: Dante non si riferisce a due persone, ma a due concezioni della
Giustizia: "giusti" è dal latino "ius, iuris",
cioè "il diritto", suddiviso in due parti: quello
naturale e
quello legislativo. "I diritti", le basi della Giustizia, del
retto vivere in una pacifica "societas" e "civilitas",
ci sta dicendo Dante con le armi possenti della sua poesia, sono due ,
naturale
e civile, e purtroppo, nella sua città al passaggio tra XIII e
XIV secolo (ma anche
nel resto del mondo occidentale), non vengono ascoltati e seguiti e
applicati.
A questo sciagurato modo di vivere della sua società (e tutti
possiamo vedere
come il problema sia attualizzabile...) consegue una divisione interna
che
porta guerra, dissidi, scontri, violenza e sangue, odi e rancori
insanabili:
tutto perché i diritti fondamentali dell'uomo, quelli naturali e
quelli
convenuti per legge scritta ed elaborata, stabiliti equamente a ragion
veduta,
non vengono rispettati. Guide valide, buon senso, raziocinio,
moralità, senso
della responsabilità sono carenti: denunciarne l'assenza
significa avere il
coraggio di vedere fino in fondo quale situazione "infernale"
abbiamo creato nel nostro mondo per potere intervenire con il nostro
personale
contributo teso al riequilibramento della compagine sociale e civile
all'interno della quale viviamo e operiamo.
Massimo
Seriacopi
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