Notizie
utili per i soci ed amici Venerdì
15
Dicembre
‘06
Cena di Natale
con
auguri e
premiazione. Lotteria con premi.
Domenica 12 novembre c'è stato l'annuale
pranzo sociale del G.S. AUSONIA. Ci siamo ritrovati in oltre 120
persone fra soci e amici in un clima di allegria e amicizia.
Tra le novità la musica dal vivo con la voce di Sara
Marchi e la possibilità di vedere il nostro archivio foto delle
gare più recenti proiettate su grande schermo, grazie
all'impegno di Antonio Bindi.
I tradizionali giochi a premi, la premiazione dei soci con il
maggior numero di presenze alle corse, l'elezione del nuovo consiglio e
la proclamazione degli eletti sono stati la cornice del pranzo che ci
ha intrattenuti al Circolo Rinascita fino al tardo pomeriggio.
Un grazie a tutti i partecipanti per la presenza, ai vecchi soci che
hanno rinnovato l'iscrizione e a i nuovi che si sono iscritti per la
prima volta.
RICORDANDO UN AMICO DELL'AUSONIA
Nei giorni scorsi è deceduto il dottor Piero Ragionieri, amico
dell'Ausonia e in particolare del nostro giornalino al quale
collaborava con articoli non frequentissimi ma sempre interessanti. Lo
ricordiamo soprattutto per le sue poesie nelle quali si ritrovano
dolcezza e amarezza, in un alternarsi di sensazioni che fanno capire il
senso della vita.
Una selezione delle sue poesie è presente nel nostro sito,
leggetele..
Venice Marathon
2006
La prima volta a Venezia Si può dire di
essere un “runner” solo dopo aver partecipato e concluso la
mitica distanza di 42,195
km di corsa!
di Patrizio Coppoli
MATTO
MA NON ABBASTANZA
«ho corso nella stessa settimana una
maratona in Sudafrica e poi la Stramilano in mezzo a migliaia di
podisti della domenica....
...i 42.195 metri che fanno
impazzire, di gioia o di dolore, molti appassionati di questa corsa
storica, non hanno
niente a che vedere con
l’altrettanto storica leggenda della corsa del messaggero Filippide...
Approfitto
della pausa pranzo per seguire l’invito dei miei colleghi podisti dell’Ausonia. Colgo
quindi l’occasione per
raccontarVi
della mia“prima volta”. Per un runner
tale evento è costituito dalla partecipazione ad una maratona.
Si può dire di
essere un “runner” solo dopo aver partecipato e concluso la
mitica distanza di 42,195
km di corsa! La
mia prima maratona è stata quella di Venezia che si è
corsa domenica 22 ottobre
con partenza da Stra, davanti ad una
stupenda villa palladiana ed arrivo nel cuoredella
città lagunare dopo aver attraversato 14
ponti che rendono quella
gara decisamente unica ed irripetibile. La partecipazione ad una
maratona si
divide, a mioavviso, in 4 macro momenti
di durata variabile ma tuttidi grande
intensità fisica e mentale:
1)La
decisione di partecipare: ho iniziato
a correre lo scorso gennaio; ciò rappresentava per me un ritorno
allo sport
dopo decine di anni di poltrona, di cattiva alimentazione e di cattiva
gestione
dello stress. Avevo un’idea in testa: partecipare ad una maratona
nell’anno. La scelta è caduta su
Venezia per un motivo di feeling. E’stata una corsa che ho sempreseguito in televisione e che mi ha sempre
affascinato per la città, per la continua presenza di pubblico
numeroso e per
le caratteristiche uniche del percorso di gara.
2)Gli
allenamenti: mi sono iscritto a maggio dopo aver corso tre mezze
maratone in due mesi e quindi aver acquisito una sufficiente confidenza
nel “potercela fare”. Posso dire di aver iniziato una preparazione
specifica a metà agosto, approfittando delle ferie estive trascorse
in Trentino a correre su è giù per la Valle del Sarca.
Il 10 settembre il primo lungointerrotto
verso il 25 km
per un dolore al ginocchio. Il23 settembre
ho partecipato alla maratona del Mugello dove avevo previsto di correre
i primi 26 km.
Anche inquell’occasione ho avuto
molti problemi di tenuta, sarà stata la giornata calda, la cattiva
alimentazione, lesalite, fatto sta che
la gara è stata parecchio dura. Ho avuto poi alcuni giorni di
stop a causa di scadenze lavorative pressanti ed ho ricominciato ad
allenarmi seriamente i primi giorni di ottobre. L’allenamento
al buio, dopo il lavoro, per le strade di Sesto è diventata una
costante. Ciò nonostante non ero ancora così convinto
di partecipare perché le due esperienze in settembre non erano
state molto positive. Ho deciso di affidarmi ad una “test
qualitativo” (una specie di testa o croce).10 giorni prima della gara, un giovedì, misono preso una mezza giornata di ferie ed ho deciso di effettuare
un lunghissimo. Credo di avere corso, Careggi, Quinto Alto e Monte Morello,
circa 33 km in untempo di 3h05’...ok ci vado!! Ho fissato l’albergo,
ho prenotato il treno e sabato 21 ottobre sono partito. Ho ritirato
il pettorale a Mestre cominciando a sentire la tensione salire ed “aggrovigliare”
le budella.
3)La partenza: è
mio avviso un momentostraordinario. La
mattina della domenica alle 07.00 ero davanti alla stazione di Mestre
insieme a centinaia di maratoneti ad aspettare gli autobus che ci portavano
alla partenza a Stra. Nel grande piazzale vicino allo start, ho compiuto
insieme ad altre migliaia di corridori le stesse operazioni di rito:
la vestizione, i cerotti e la vasellina nei punti strategici, l’”intascamento”
dei i più svariati integratori da usarsi nei momenti della fatica.
L’odore di olio canforato, i grandi dibattiti sulle ripetute lunghe,
laproclamazione dei propri ritmi gara accompagnavano
insieme a momenti di goliardia, di “spacconaggine” o di
“basso profilo” i 6.000 runners nelle gabbie di partenza.
Ero nella gabbia delle 4h (speranzoso più di un miracolo piuttosto
che vera consapevolezza delle mie capacità) e mi sono “presentato”
alle mie “lepri”…3ragazze,
fra le quali la fiorentina Ilaria Razzanelli della Nave
che ricordo per la enorme simpatia ed umanità, con le quali speravo
di poter condividere i 42km del percorso. Tutto il gruppo delle 4h era costituitoda persone molto simpatiche, tutte un po’ timorose ma allo
stesso tempo serene e pronte alla sfida. Nell’attesa incontro
uno dei podisti più mitici dell’Ausonia: Enzo Funghi, corridore di grossa esperienza
e di grande chilometraggio. Uno dei “punti diriferimento” per noi “giovani” (solo da un
punto di vista sportivo!) corridori.
4)La gara: pronti, via, si parte, il lungoserpentone si mette in moto…il gruppo delle 4h si compatta dietro alle 3 leprotte – caratterizzate
dai palloncini di colore blu – ed inizia la corsa lungo laRiviera del Brenta. Partiamo da Stra, tocchiamo Dolo, Mirano
ed altri paesi di cui ora non ricordo il nome…esperienza bellissima…in
tutti i paesini c’erano dei complessi musicali che
avevano il compito di alleviare la ns. fatica…nel mio gruppo delle
4h i primi km venivano vissuti in maniera facile e leggera…la
strada veniva “divorata” con facilità….che
sia cosìfacile pensavo ? Al 13 km avevo previsto il primo
integratore, ma sto bene e traccheggio un po’…al 16 km ci ripenso ed ingurgito
un gel zuccherino decisamente poco gradevole al palato…l’ho
accompagnato con mezzo litro d’acqua per buttarlo giù.
Al 18 km uncontrattempo…mi si slaccia la scarpa (da qualche
km avevo sentito che si era allentata ma speravo di riuscire
ad arrivare ad uno dei rifornimenti)….mi tocca fermarmi…riparto ed i palloncini mi sembrano
volatilizzati…li vedo lontani (ammazza cosa possonosembrare 100 mt o poco più in questi frangenti)….mi
impegno e riprendo le mie leprotte….arriviamo alla mezza maratona
in 1h59’30’’ giusto in media per l’appuntamentodelle 4h….al 23 km riprendo la seconda dose degli integratori
e al 24 km mi scopro a pensare una cosa che se me
l’avessero detto solo un anno fa gli avrei reso infaccia…dai che mancano solo 18 km….al 25 km in Mestre c’è un sottopasso
stradale, la fila si allunga e perdoil
contatto dalle mie leprotte….rientro con faticasotto…ma al 28
km la fila si riallunga di nuovo…stringo
i denti…passo al 30 km in 2h50’…forse non saranno
4h ma….in quel punto stiamo attraversando il Parco di San Giuliano
a Mestre…alla fine del parco mi si prospetta davanti quello che
mi appare come il Pordoi ad un ciclista: un cavalcavia!!!
Era il cavalcavia che rappresentava l’inizio dell’altra
grande difficoltà della Venice Marathon…il ponte della
libertà….lungo 3850 mt costituisce il collegamento fra
la terraferma e Venezia….il ritmo gara è ormai sceso inesorabilmente…la
corsa si è trasformata in un “cara collamento” molto
contenuto….ma si va avanti…..è uscito nel frattempo
il sole…siamo
intorno alle 12.40….al rifornimento del 35
km arraffo tutto quello che posso…acqua,
sali, biscotti, frutta….per fortuna il ponte finisce e arriviamo
in Venezia….ok manca poco….devo stare sotto le 4h15….il
percorso si snoda nella parte portuale fino all’ultimo rifornimento
al km 39….da lì entriamo nella Venezia che tutti noi conosciamo…quella
dei ponti….apprendo lì per lì che cambiano le indicazioni…non
vengono più segnalati i km percorsi ma i ponti mancanti all’arrivo….ne
mancano14, 13,12…10…attraversiamo
il ponte di barche sul Canal Grande (che solo noi podisti in occasione della maratonapercorriamo)….passo davanti a San Marco e nei pressi del
Palazzo Ducale vengo indicato da uno degli spettatori…oi’cche c’ho che non va, son proprio così
sconvolto?...mi guardo e scopro la maglietta intrisa di sangue…i
cerotti sono saltati ed i capezzoli hanno sanguinato…nella trance
agonistica non avevo realizzato per niente…iponti alla fine sono 4, 3, 2….l’ultimo….poi
gli ultimi 100 mt non spinto semplicemente perché non ce n’eraproprio più….chiudo in 4h12’35’’
(4h10’08’’ temporeale)….nel
rettilineo d’arrivo mi sono sorpreso a gridare “ce l’ho
fatta, ce l’ho fatta” …è finita!! Inizia l’autocompiacimento,
telefonata di rito alla miacompagna (che
per motivi di lavoro non mi ha potuto seguire) e ai miei genitori (preoccupati
per il loro “piccolo” di 41 anni, ma i’cche s’è
messo in testa??)….che fa sembrare un piacere il cambiarsi, ildovere prendere il traghetto ed il dovere ritornare aMestre a ritirare in albergo il bagaglio (a ritmo moltomolto strascicato)…….monto sul treno per Firenze….e
lì salgo un altro gradino nella mia esperienza di runner…”Patrizio,
non avevi fatto i lunghi sufficientiecco perché sei calato alla distanza (alla faccia
del calo)” mi critico!! Dentro dentro vuol dire chel’esperienza mi è piaciuta e che la ripeterò…e
lì partono i voli pindarici….Firenze a novembre, Roma in
Marzo, New York nel 2007!!! e…..Beh ho soddisfatto la mia voglia
di esternazione…..e spero allo stesso tempo di fare ritrovare
nella miaesperienza quei podisti che l’hanno
già vissuta…mentreper i non
podisti…..chissà che non gli venga lacuriosità di provare!!!Da stasera ricominciano gli allenamenti….a
Firenze si corre il 26 novembre..….è vera una cosa…ci
saranno altremaratone ma non saranno mai
come la Venice Marathon 2006……
Coppoli Patrizio
Ricordo di
Giuliano
Vignozzi Testo e foto tratte da: AtleticaImmagine
9/2006
Lo scorso anno volle festeggiare il 50° della sua
disabilità organizzando una mega-festa alla quale
invitò circa 160 persone, tutti amici…era il suo
modo, uno dei tanti modi per sdrammatizzare con la
vita, prendere in giro la sua malattia, la poliomielite
che lo colpi in modo grave e permanente da piccolo,
costringendolo a vivere 50 anni su una carrozzina.
Giuliano Vignozzi,
fiorentino di Lastra a Signa, appena 57enne,
sposato con un figlio già grande, un
martedì di settembre, il 26, se n’è
andato in silenzio,
dopo una vita vissuta
nel movimento e nel dinamismo
più totale, dopo che domenica
24 era stato colpito da
una emorragia cerebrale, dovuta alla rottura di un
vaso sanguigno, proprio mentre partecipava alla gara
podistica, il 6° Trofeo Lorenzini-GazzettaRun, ,
con
la sua fida hand-bike, in pieno centro fiorentino.
Lascia un vuoto, è davvero il caso di dirlo,
il vuoto è
e sarà davvero incolmabile. Impossibile
sostituire una
personalità eclettica, poliedrica come
Giuliano.
In queste ore i messaggi di cordoglio e sincero
dolore sono
davvero tanti, è impensabile quanto bene,
quanto Amore
metteva nel realizzare e portare avanti idee,
progetti,
e poi lo sport…vera passione della sua vita, fulcro
del suo essere.
Riccardo Bucci, Vice-provveditore della
Confraternita della
Misericordia di Lastra a Signa, dove Giuliano
prestava
servizio, lo ricorda così: Una profonda
stima, un rapporto di
amicizia vera, non dettata dalle mode del momento,
ma ben
radicata dentro nel profondo…Giuliano ,confratello
attivo
c/o la localeMisericordia, la quale sosteneva e
realizzava
molti dei progetti che lo stesso Giuliano sfornava
quasi
quotidianamente.
Tutto ciò che faceva gli
veniva
naturale,
spontaneo, era un punto di forza, ascolto per i
ragazzi che
incontrava e con i quali aveva continui scambi, molto
propositivo, la sua vita era aiutare gli altri,
realizzando cose
impensabili per i normodotati, stimolava gli altri a
fare
sempre più, cercare nuovi progetti, strade
nuove da seguire,
per non fossilizzarsi nelle solite iniziative. Lo
sport prima
di tutto, attraverso di esso riusciva a veicolare il
suo
messaggio di gioia, pace, vita vissuta come dono
d’amore.
Era alla guida del Gruppo Sportivo handicappati
Toscana con sede a Montecatini, con l’amico Porcini
una polisportiva che ha portato anche atleti
diversamente abili alle Olimpiadi di Atene e alcuni a
quelle recenti invernali di Torino 2006.
Giuliano da poco era diventato Presidente del G.S.
Unita’
spinale onlus, fortemente voluta da lui.Importante e
prezioso il suo contributo quotidiano c/o la
struttura
dell’unita’ spinale del CTO di Firenze. Qui arrivano
ragazzi
che hanno avuto lesioni alla spina dorsale in
seguito ad
incidenti e lui era un’importante punto di ascolto,
riusciva a
strappare questi ragazzi all’avvilimento, alla
depressione
post-trauma.
A parlare l’amico Piero Amati, professore di
Ed.Fisica e
coordinatore gruppo sport-terapia c/o l’U.Spinale:
Giuliano
rappresentava per questi ragazzi un punto di arrivo,
dando
con il suo esempio forza e immagine di chi deve
andare
avanti, viveva la sua disibilità con grande
dignità,
forza;
viveva e trovava nello sport un punto di continua
forza,
rivincita per affrontare la vita di tuti i giorni.
Nello sport
otteneva delle performance che la popolazione da un
disabile non ci si aspetta., ma anche nel quotidiano
era cosi,
questi ragazzi, scioccati, traumatizzati tramite la
sua figura
trovavano dei punti forza, un veicolo per
l’inserimento
nella società.
Noi del gruppo costituente abbiamo degli obiettivi
che
porteremo avanti,la maratona di Firenze, la
diffusione
dell’hand-bike, i corsi sportivi, il tennis, lo sci,
farli morire
significherebbe far morire Giuliano, ma noi siamo
convinti
che lui sia ancora qui con noi.
La disabilità per Giuliano era una profonda
ricchezza,
l’aveva ben interiorizzata, era un esempio,
trasmetteva la
gioua il piacere di fare sport vero, pulito, anche
per vincere
agonisticamente.
Ai ragazzi usciti
dall’U.S. diceva: dai ragazzi, andiamo a
fare sport, anello di congiunzione fra il mondo e l’ospedale.
Ha riempito tanto di se, lasciando comunque molto a livello
concreto. Innumerevoli le vittorie e le sue partecipazioni a
gare importanti e a maratone nazionali e non: 3° a Firenze e
Prato, 2° Pistoia abetone, oltre le tante vittorie collezionate
al Passatore. Ha ricevuto innumerevoli premi, tra i quali La
Provincia per lo sport 2006, ambito riconoscimento
ricevuto nel 2004.
Ma Giuliano non era solo questo: era istruttore di
guida per
disabili, era dirigente del Comitato Paraolimpico Italiano.
Aveva conoscenze tecniche non indifferenti, leggi, ma
anche conoscere la meccanica delle sedie, competenze non
alla portata di tutti.
Nel 2003 lanciò l’iniziativa “un dono d’amore”, una
manifestazione sportiva che ha visto tanti atleti disabili
percorrere in pochi giorni 300 chilometri da Firenze a
Roma, sulla Via Cassia, per sensibilizzare la gente a iniziative di
solidarietà come donazione sangue, organi, midollo osseo.
Nel 2005 “Un dono d’amore” ha visto impegnato Giuliano
in una grande impresa, con triplice valenza: percorrere 856
km da San Jean in Francia fino a Santiago de Campostela in
Spagna, un cammino che dovrebbe essere l’essenza del
vero cristianesimo, recare li il suo messaggio, accolto nella
cattedrale con una grande cerimonia, ricevere la
Campostela del vero pellegrino…Giuliano era un credente,
la sua fede non l’ha conclamava sopra i tetti, ma la si
poteva tastare con mano.
La sua vita ci pone degli interrogativi: quanto siamo
concretamente capaci di essere “dono”, pensare agli altri, a
chi soffre, a chi ha bisogno di aiuto.
Piero Giacomelli gli ha fatto le ultime due foto proprio
domenica e lui prima della gara gli chiese: mi fai avere le
foto..ma queste te le pago ! Sembra irriverente invece
ricordare la ironica battuta di Piero.
Ci lascia degli insegnamenti concreti, una grossa eredità.
Diceva Giuliano: arrivare al traguardo è sempre una
vittoria, se dovessi rinascere..rinascerei disabile.
Spendi amore a piene mani, dona agli altri e donerai te
stesso.
La vittoria piu’ grande sarà per tutti noi la gioia di essere
riusciti a regalare una speranza, un sorriso per tutti quelli
che aspettano “un dono d’amore”
Denise
Lo sport dei disabili
Il 2006 è stato un anno pieno di eventi sportivi di rilevanza
mondiale. Eventi che diventano, per questo, anche appuntamenti
televisivi che coinvolgono tutto, o quasi, il mondo.
C'è stata l'Olimpiade invernale di Torino, vista in tv ogni
giorno da 3,2 miliardi di persone. C'è stato il campionato
mondiale di calcio, che si è svolto in Germania a giugno e
luglio. Anche lì, miliardate di spettatori . Poi ci sono stati
appuntamenti per il nuoto, la scherma (il campionato mondiale si
è svolto a Torino), il baseball (il torneo per nazionali
più forte della storia, con finalmente i professionisti della
Mlb), eccetera eccetera eccetera.
Dal punto di vista mediatico, il terzo evento sportivo per importanza
del 2006 sono state le Paralimpiadi.
Si sono svolte a Torino, tra
il 10
e
il 19 marzo, e i diritti televisivi sono stati venduti in tutti i
continenti, Africa compresa. Per la prima volta (la prima edizione fu a
Roma nel 1960) saranno viste anche in Sudamerica.
Lo sport dei disabili sta diventando, giustamente, sempre più
importante. Perché testimonia la voglia di vita di persone che
non si arrendono.
Non è pietismo. Non è accondiscendenza verso una
categoria di persone «sfortunate». Se guardiamo bene, tutti
noi siamo persone sfortunate. Nessuno è forte come Superman.
Nessuna è bella come Elena di Troia. Nessuno è ricco come
Bill Gates.
Siamo tutti disabili e «ognuno deve valorizzare
ciò che
è rimasto della vita, la normalità, la
quotidianità. Questo è l'obiettivo, saper vivere con lo
spirito giusto». La frase tra virgolette è di Luca
Pancalli, vicepresidente del Coni.
Pancalli è avvocato, pluricampione italiano giovanile di
pentathlon moderno, vincitore di 8 ori e 2 argenti ai campionati
mondiali di nuoto, vincitore di 7 ori e 8 argenti alle Paralimpiadi. A
16 anni, mentre partecipava a una gara internazionale di pentathlon
moderno in Austria, un cavallo di 4 quintali gli si rovesciò
addosso. Il cavallo si riprese subito, Pancalli perse l'uso delle gambe
e, parzialmente, anche delle braccia. Da allora è sulla sedia a
rotelle.
Tutte le vittorie mondiali e olimpiche le ha ottenute dopo.
Siamo tutti disabili. Noi e i nostri
avversari. Di fronte a questo la vittoria,
la sconfitta e quanta gente ti vede in tv, sono concetti relativi.
Percorrendo il lungomare
di sera è facile imbattersi in strani personaggi, la
cui unica tecnica di locomozione è la corsa. Le numerose
strisce fluorescenti di cui sono ricoperti potrebbero ingannare
l'osservatore meno attento: Vigili del Fuoco disertori in fuga?
Operai dell'ANAS che livellano il porfido del marciapiede? No.
Siamo al cospetto del podista o Jogger (Homo Adidas), curioso
essere derivato dalla mutazione del Ciclista Dilettante, incapace
di dominare i complicati marchingegni delle attuali, sofisticate
mountain bikes. Il Podista svolge la sua attività da
solo, al massimo in coppia: predilige le temperature basse,
la nebbia e la pioggia, rivelando così una spiccata tendenza
masochista. Se riuscite a sorprenderlo fermo, osservate con
cura il suo abbigliamento: oltre all'immancabile fascia in testa
e al walkman d'ordinanza, il nostro sfoggia felpe, marsupi,
tute, calzoncini e fuseaux indossati a strati sovrapposti (tecnica
a carciofo o millefoglie). Il vero pezzo forte del vestiario
è però -come è facile intuire- la scarpa:
col passare degli anni le semplici Superga di tela si sono trasformate
in complesse astronavi di pelle corredate dai più disparati
accessori. Per aumentare la
sicurezza è stato applicato un gruppo ottico posteriore
con luci di posizione e retronebbia (1) coadiuvato da fasce
rifrangenti modello paracarro (2); l'interno (3) è confortevole,
imbottito e rivestito di moquette a pelo lungo; per adattare
la scarpa ad ogni piede si utilizza il dispositivo Pump (4),
dotato in alcuni casi di manometro e compressore portatile.
Persino i cari, vecchi lacci (5) hanno subito l'influenza della
moda: le calzature più "in" vengono vendute con due o
tre paia di lacci dai diversi colori, che vanno intrecciati
tra loro con l'ausilio di mappe o videocassette. Nei modelli
piu evoluti l'allacciatura modello Rubik serve anche da antifurto:
se l'intreccio non è eseguito correttamente la scarpa
non parte, e automaticamente si attiva la sirena d'allarme.
La tomaia (6) è munita di numerosi fori di aerazione,
ma evidentemente l'unico problema che la tecnologia non è
riuscita a risolvere è quello della puzza dei piedi.
La suola è un vero concentrato di soluzioni avveniristiche,
dagli stabilizzatori d'assetto (7) al sistema ammortizzante
Hovercraft (8): questi dispositivi consentono una tenuta in
curva eccezionale, con punte velocistiche di 160 km/h.
E' spassoso il comportamento delle femmine di questa specie: sempre
in coppia, bardate di tutto punto coi capi più costosi, truccate
e
pettinate come a Capodanno, usano la raffinata tecnica della "staffetta
4 x 100": quattro metri di corsa, più cento metri camminando con
moderazione, fumando e chiacchierando. Più seri sono i giovani
maschi,
capaci di compiere il tragitto Viserba-Gabicce senza batter ciglio e
senza mai fermarsi, continuando miracolosamente a correre anche
sull'acqua dei porti di Rimini e Riccione. Una volta giunti a casa
mangiano di corsa, fanno l'amore con la moglie di corsa, e sempre
correndo dormono su un tapis-roulant con baldacchino. E mentre il
nostro Homo Adidas continua a correre, preso nella sua estasi
podistica, io tiro il fiato e vi rimando al prossimo appuntamento: dal
sudore degli sportivi alle esalazioni della benzina, andremo a scoprire
i segreti dei motorizzati a due ruote. Protagonisti: lo Scooterista
(Homo Metropolis) e Motociclista (Homo Carenato), l'unico essere umano
privo di orecchie perchè consumate dalle continue pieghe
sull'asfalto.
Dr. Danny Irreparabili.
del 19
Aprile 1993
SE
Se riesci a
mantenere la calma
quando
tutti attorno a te
la stanno
perdendo;
se sai aver
fiducia in te stesso
quando
tutti dubitano di te
tenendo
però nel giusto conto i loro dubbi;
se sai
aspettare senza stancarti di aspettare
o essendo
calunniato non rispondere con calunnie
o essendo
odiato non dare spazio all’odio
senza
tuttavia sembrare troppo buono
né
parlare troppo da saggio,
se sai
sognare senza fare dei sogni i tuoi padroni;
se riesci a
pensare senza fare dei pensieri il tuo fine;
se sai
incontrarti con il successo e la sconfitta
e trattare
questi due impostori proprio allo stesso modo;
se riesci a
sopportare di sentire la verità che tu hai detto
distorta da
imbroglioni che ne fanno una trappola per ingenui;
o guardare
le cose – per le quali hai dato la vita – distrutte
e umiliarti
a ricostruirle con i tuoi strumenti ormai logori;
se sai fare
un’unica pila delle tue vittorie
e
rischiarla in un solo colpo a testa o croce
e perdere,
e ricominciare di nuovo dall’inizio
senza mai
lasciarti sfuggire una parola su quello che hai perso;
se sai
costringere il tuo cuore, i tuoi nervi, i tuoi polsi
a
sorreggerti anche dopo molto tempo che non te li senti più
così
resistere quando in te non c’è più nulla
tranne la
volontà che dice loro: “Resistete!”,
se sai
parlare con i disonesti senza perdere la tua onestà
o
passeggiare con i re senza perdere il comportamento normale;
se non
possono ferirti né i nemici
né
gli amici troppo premurosi;
se per te
contano tutti gli uomini, ma nessuno troppo;
se riesci a
riempire l’inesorabile minuto
dando
valore ad ogni istante che passa;
tua
è la Terra e tutto ciò che vi è in essa
e – quel
che più conta –
tu sarai un
Uomo, figlio mio!
Rudyard Kipling
Rudyard Kipling (Mumbai 1865 - Londra 1936)
Scrittore britannico, autore di romanzi, poesie e
racconti ambientati
principalmente in India e in Birmania durante il periodo del dominio
inglese.
Dalla natìa India, all'età di sei anni fu mandato a
studiare in Inghilterra.
Tornato in India nel 1882, intraprese l'attività giornalistica e
fino al 1889 collaborò alla "Civil and Military Gazette" di
Lahore scrivendo racconti, alcuni dei quali confluirono nel volume
Racconti semplici delle colline (1888).
La sua fortuna letteraria ebbe inizio con la pubblicazione, fra
il 1888 e il 1889, di sei storie di vita inglese in India.
Dopo una serie di viaggi in Asia e negli Stati Uniti, dove si
stabilì per un breve periodo in seguito al matrimonio (1892) con
un'americana, nel 1902 prese dimora in Inghilterra.
Nel 1907, primo fra gli scrittori britannici, fu insignito del
premio Nobel per la letteratura.
Parla Aldo Calandro: da rockettaro
a uomo delle imprese impossibili
«MATTO
MA NON ABBASTANZA»
Il periplo delle Filippine in bicicletta, le
maratone nel deserto, la traversata dell’America. «Recupero
così», dice Aldo "Rock", «il rapporto con la
natura».
Le ferie quest’anno le trascorre in America, a
tentare per la terza volta di arrivare al traguardo di una maratona in
bicicletta di 5 mila chilometri, da un oceano all’altro. «Chi
vince impiega otto giorni e mezzo», dice, «ma per farcela
devi essere di un altro pianeta, un pazzo. Non credo di riuscirci: il
mio grado di follia non è sufficiente».
Forse non folle ma
certo
poco ordinario, il quarantunenne Aldo Calandro lo è sul serio.
In un’altra vita, quando il suo cuore "batteva dalla parte della
musica", lo chiamavano Aldo Rock in omaggio ai dischi che trasmetteva
alla radio. Poi, all’inizio degli anni Ottanta, quando decise di
riequilibrare gli "eccessi" che si era concesso, cominciarono a
chiamarlo Rock per il significato letterale della parola inglese:
roccia.
Nel 1984 ha percorso
il
periplo delle Filippine in mountain bike. Poi è andato da
Bangkok a Singapore in bicicletta, ha corso tre maratone del deserto,
ha tentato due volte di attraversare in bici l’America e ha concluso
una serie interminabile di Ironman: cioè, di gare nelle quali si
coprono 4 chilometri a nuoto, 180 chilometri in bicicletta e 42
chilometri a piedi senza fermarsi. È una follia? Che dire allora
del 1992, quando Aldo ha ripetuto dieci Ironman in sedici giorni?
«Ho riscoperto
la
passione giovanile per la corsa, la bicicletta e il nuoto in un momento
in cui vedevo intorno a me un mondo che si sfibrava», racconta
Calandro. E spiega: «Ho cercato di recuperare i valori
inossidabili che mi aveva trasmesso la famiglia: la strada è
stata quella di un rapporto più stretto con la natura, con
quell’aspetto quasi animale della vita che la nostra società
tenta di soffocare. Sono convinto che il futuro non sarà
così tecnologico come crediamo: le città del Duemila non
sono quelle di cemento e asfalto, ma Sydney, Città del Capo, San
Diego, metropoli che hanno la natura a pochissimi chilometri dal
centro».
Calandro, che continua a lavorare nel mondo della musica
come consulente di case discografiche, è sempre
un convinto abitante della città («Da alcuni
anni», dice, «cerco di trascorrere a Milano
tutte le festività più importanti, compreso
Ferragosto»): le sue piste d’allenamento
sono le vie urbane, l’aria che respira è
smog, fumo che esce da tubi di scappamento. «Qualche
settimana fa», racconta, «ho corso nella
stessa settimana una maratona in Sudafrica e poi la
Stramilano in mezzo a migliaia di podisti della domenica:
mi sono svegliato prima dell’alba e ho visto arrivare
sulla città una luce straordinaria, degna dei
mattini d’Africa. Credo che il vero eroe sia colui
che guarda il mondo e lo ama così com’è:
alla fine di tutte le ricerche interiori,magari dopo
essere stati in tutti i continenti, riconciliarsi con
il proprio ambiente è la scelta più giusta,
difficile e gratificante. Faccio gli Ironman, ma so
perfettamente che anche chi fa la maratona di New York
e si allena tutto l’anno per portarla a termine
vive una grande esperienza, con cui forse capisce meglio
sé stesso e addirittura il suo rapporto con il
divino».
Da qualche mese
Calandro
anima su Radio Deejay, l’emittente più ascoltata dai giovani
italiani, uno spazio all’interno del programma condotto dal notissimo
Linus. «Racconto storie», dice, «faccio ciò
che oggi non fa più nessuno. E vedo che i ragazzi sono
conquistati: mi scrivono, vogliono saperne di più, si vogliono
esprimere. Oggi c’è un estremo bisogno di moderni Mago Merlino,
di mèntori che indichino la strada: gli oratori hanno perso la
funzione educativa di un tempo, ci sono soltanto i bar e la
televisione. Nei ragazzi vedo una grande fame di vita, la voglia di
mettersi alla prova, conoscere l’esistenza anche nei suoi aspetti meno
gradevoli e più difficoltosi, conquistare una fanciulla come
Lancillotto fa con Ginevra, entrare nel castello incantato,
attraversare il bosco per poi scoprire che la propria orma coincide con
l’orma di Dio. Queste prove apparentemente stupide alle quali molti
ragazzi si sottopongono, sono domande. Domande magari dolorose, ma
forse inevitabili in una società che ha perso tutti i riti
d’iniziazione. I pellirosse, per diventare adulti, danzavano senza cibo
per sette giorni interi: con che cosa abbiamo sostituito tutto
questo?».
Famiglia Cristiana n. 18 del 30 aprile 1997
Fitness
per gli anziani
di: Massimo
Ortelli
Secondo
uno studio svolto da ricercatori dell'Università dell'Illinois
di
Urbana-Champaign, un'ottima “cura” che gli anziani possono fare
è di
aumentare i momenti dedicati a passeggiate ed escursioni, il cosiddetto
“fitness cardiovascolare”.
Un ritmo di vita, atleticamente
parlando, più movimentato produce effetti molto benefici alla
salute
degli anziani: aumenta la capacità di concentrazione; la
sicurezza
decisionale; la dinamicità nel svolgere i più disparati
compiti imposti
dalla vita quotidiana.
I risultati della ricerca,
divulgati dal periodico
“Proceedings of the National Academy of Sciences”, sono emersi grazie a
l'utilizzo di tecniche di risonanza magnetica funzionale con le quali
si sono monitorati tutti i mutamenti cerebrali in anziani, con
un'età
compresa fra i 58 e 78 anni, nel corso di un programma semestrale di
aerobica.
Il dispositivo che tracciava le variazioni
dell'attività cerebrale prima e dopo ogni raduno sportivo, ha
individuato particolari variazioni funzionali nelle aree del cervello
parietale superiore (associata a diverse funzioni, tra cui l'attenzione
spaziale) e medio-frontale (associata alla facoltà di mantenere
la
concentrazione).
Fitness per gli anziani
-
edo.swisse.ch - Venerdì 14.7.2006 -
Print Version from Original Document http://www.ecplanet.com/canale/salute-7/sport-71/0/0/11125/it/ecplanet.rxdf
Limiti delle prestazioni
atletiche
redazione
ECplanet
I
limiti di velocità e resistenza per la corsa umana starebbero
per
essere raggiunti. Lo sostengono due ricercatori inglesi, Alan Nevill
dell'Università di Wolverhampton di Walsall, e Gregory Whyte
dell'English Institute of Sport di Bisham in un articolo pubblicato
sulla rivista “Medicine & Science in Sports & Exercise”.
I due studiosi hanno preso in esame i dati relativi ai record
mondiali fatti segnare nelle gare che si sono tenute dal 1910 e che
riguardano discipline come gli 800 metri e la maratona maschile,
trovando le prove di quella che in termini statistici viene chiamata
curva a S. Questo tipo di curva riflette un graduale aumento dei record
nei primi anni, quando gli sportivi erano in gran parte dilettanti, un
incremento molto rapido a metà del Novecento quando si diffonde
la
pratica professionale e infine descrive l'arrivo su una sorta di
plateau dove i miglioramenti sono minimi dagli anni Ottanta in poi.
Secondo le stime dei due studiosi, i record maschili
raggiungeranno il picco tra il 2020 e il 2060, toccando livelli di
velocità più alti di adesso solo dell'1-3%. Nelle
discipline femminili,
invece, questo avverrà molto più presto. Del resto, nei
1500 metri
femminili c'è stato un solo nuovo record del mondo dal 1980 a
oggi.
Insomma, almeno in questa disciplina, le donne potrebbero aver
già
raggiunto il limite estremo.
Secondo alcuni esperti, il modello statistico sembra
essere migliore di altri sviluppati fino a oggi. Alcuni
però sottolineano che produce risultati più
convincenti per le donne che per gli uomini, cosa
che suggerisce come ci siano notevoli spazi di migliorare
i record maschili nei prossimi anni. Questa notizia
è stata diffusa dall'agenzia “ZadiG”.
Limiti delle prestazioni
atletiche - edo.swisse.ch - Venerdì 14.7.2006 -
Print Version from Original Document http://www.ecplanet.com/canale/salute-7/sport-71/0/0/20870/it/ecplanet.rxdf
Camminando
o correndo riusciamo a bruciare
più
grassi d'estate o d'inverno?
La
regolazione della temperatura corporea in relazione alla temperatura
(ed umidità) ambientale rappresenta un meccanismo estremamente
delicato
e complesso che coinvolge sia strutture del sistema nervoso centrale
(ipotalamiche), recettori periferici, aggiustamenti ed adattamenti
vascolari, muscolari ed ormonali: il meccanismo è finalizzato a
mantenere la temperatura corporea centrale (o profonda, cioè
quella
nella parte più interna del nostro corpo) costantemente intorno
ai 37°
centigradi.
A riposo il sistema possiede una sua
capacità di
autoregolazione ma
durante uno sforzo fisico introduciamo nell’equilibrio dinamico del
sistema la variabile legata alla produzione di calore ed all’aumento
del metabolismo secondario all’esecuzione di un’attività fisica
che può
essere estremamente varia ed è legata all’intensità, alla
tipologia
della stessa oltre che al grado di allenamento del soggetto ed alla sua
situazione nutrizionale.
In particolare vorrei sottolineare che i
substrati
energetici
utilizzati dipendono prevalentemente dal tempo e dall’intensità
dell’esercizio fisico oltre che dal grado di allenamento e dalla
situazione nutrizionale del soggetto piuttosto che dalla temperatura
esterna.
Dati sperimentali ci dicono che il metabolismo
basale, a
parità di
massa magra, è maggiore a temperature fredde, quindi a
parità di
attività fisica il consumo energetico è maggiore e
ciò è dovuto
principalmente al meccanismo del brivido ed alla maggiore
necessità di
produrre calore endogeno per mantenere l’equilibrio. Alcuni studi hanno
verificato che a carichi di lavoro submassimali il consumo di ossigeno
è maggiore in ambienti freddi rispetto a quelli caldi;
ciò però non
sembra essere stato confermato per carichi massimali. La diminuzione
della temperatura muscolare rallenta i processi enzimatici ed aumenta
la viscosità del sangue e può peggiorare (almeno
all’inizio
dell’allenamento) la capacità di lavoro.
In ambiente caldo la perdita di peso, a
parità di
esercizio, è maggiore
ma ciò è dovuto principalmente a perdita di liquidi
mediante il sistema
della sudorazione. La vasodilatazione da caldo porta effettivamenta ad
un aumento del consumo energetico da sforzo ma attualmente non vi sono
delle rilevanze che il momento di inizio del metabolismo dei grassi
possa essere anticipato.
Quando allenarsi quindi?
Credo che la macchina umana sappia mettere in
atto i
meccanismi
adeguati per lavorare in un range climatico ragionevole: in climi
freddi fondamentale è aumentare il tempo dedicato al
riscaldamento, in
climi caldi la reidratazione e l’abbigliamento sono importanti nella
prevenzione dei crampi e del colpo di calore.
http://www.sissa.it/
Auro
Gombacci
Direttore del Centro di Medicina Sportiva
Burlo Garofalo
Trieste
Campionessa
di maratona a 67 anni
Pier Angelo Vincenzi
A Carpi corre in 4h21’ ed è campionessa italiana
over 65
PAVIA. Rimettersi in gioco a 64 anni,nel 2003
dopo oltre quarant’anni di inattività e molte migliaia
di sigarette (40 bionde al giorno per 26 anni). Mariangela Gatti è
la nuova campionessa italiana master femminile over 65, titolo conquistato
al memorial Enzo Ferrari, domenica scorsa a Carpi. «Ma più
che la vittoria conta il tempo», spiega il suo coach, Achille
Maganza: ossia 4 ore 21’31”. Un risultato tanto più
eclatante se si pensa che Mariangela si è rimessa
a correre dopo un tempo lunghissimo: «Per una vita ho fatto
l’impiegata all’Asm, tra il lavoro e la famiglia mi restava
poco tempo. Poi quando sono andata in pensione ho evitato in tutti
i modi di restare con le mani in mano e mi sono iscritta a una scuola
di pittura». E oggi Mariangela è un’apprezzata
pittrice, con un suo studio e una sua clientela. Ma oggi la signora
è anche una forte runner come dimostra appunto il risultato
ottenuto alla maratona. In pensione dalla seconda metà
degli anni ‘80, da allora Mariangela dipinge.
La signora Gatti non gareggia per
vincere, per arrivare
prima: perché la sfida è innanzi tutto con se stessa, non
con gli altri
concorrenti. «Una sfida con te stessa perché la gambe sono
importanti -
dice lei - , ma ancora più importante è la testa, la
tenuta
mentale. Se non c’è quella, tutto è perduto, non si va da
nessuna
parte». La testa, dunque: «Ci vuole poco per perdere la
concentrazione:
in settembre, alla Milano-Pavia, mi si è affiancato un
concorrente e mi
ha detto: “Complimenti, ma quanti anni ha?”. Io ho risposto 67. Al che
lui si è fermato ad applaudirmi. Mi sono sentita un po’ in
imbarazzo ed
è venuta meno la concentrazione. Ci vuole poco per
perderla». Una
scelta tardiva quella della corsa, ma oggi entusiasticamente sostenuta
dall’interessata: «Lo sport è una disciplina di vita, ti
aiuta a
prenderti cura del tuo corpo, ti insegna a rispettarlo. Io vengo da una
famiglia di appassionati, mio fratello faceva canottaggio, alla mamma
piaceva remare, il papa correva in bici. Sono cresciuta in un ambiente
che mi ha predisposto, tornare a correre non è stata una cosa
innaturale per me. Mia sorella Giovanna, lei sì che era davvero
forte,
mi ha fatto conoscere tanti atleti di spicco». Riprendere a fare
sport
dopo oltre quarant’anni appare un’impresa. «Io sono una tipa
tosta, che
quando si mette in testa una cosa non recede facilmente. E,
soprattutto, non riesco a stare ferma. Quando sono andata in pensione,
nel 1985, ho avuto un momento di sbandamento, per un anno non ho fatto
nulla. Ho dovuto riempire il vuoto lasciato dal lavoro, che mi piaceva
moltissimo ma che mi stressava anche moltissimo. E così mi sono
iscritta a una scuola di pittura». Un’attività che per
quasi due
decenni ha arricchito la vita di Mariangela che però nel 2003 ha
sentito il bisogno di rimettersi alla prova. «Il motivo? Guardi,
sono
una persona che, pur dando l’impressione di essere un mostro di
sicurezza, si sente sempre un po’ inadeguata. Ho bisogno di
certezze».
Un senso di inadeguatezza che spinge Mariangela verso prove sempre
nuove. Una specie di inquietudine virtuosa. «La corsa è
diventata una
grande passione, mi alleno più volte la settimana e la domenica
gareggio. Tre allenamenti infrasettimanali per un totale di 50
chilometri la settimana». Quanto alle vittorie, come quella
alla maratona di Carpi, Mariangela ci scherza sopra: «Contano
poco e poi nella categoria over 65 siamo così poche che è
facile
arrivare prime, fare bene».
“Forse non tutti sanno che” la
distanza nella corsa della maratona, i 42.195 metri che fanno
impazzire, di gioia o di dolore, molti appassionati di questa corsa
storica, non hanno niente a che vedere con
l’altrettanto storica leggenda della corsa del messaggero (Filippide?)
che annunciò la vittoria degli Ateniesi contro i Persiani
sibilando “nenikikamen” (“abbiamo vinto”) prima di spirare
esausto. Potrebbe essere la classica notizia mutuata da una nota
rubrica di un’altrettanto nota rivista di
enigmistica e, per certi versi, è proprio così.
In effetti, a seconda delle varie versioni su cui si fonda questa
affascinante corsa, la distanza attuale non ha niente a che vedere,
vuoi in eccesso che per difetto, con i riferimenti storici a cui si
rifà.
Andiamo per ordine.
La battaglia di Maratona
Per meglio collocare la corsa della maratona nei suoi riferimenti
storici, è bene ricordare a quale importantissimo evento si
collega e cioè alla famosa battaglia di Maratona, fra l’esercito
greco o, meglio, ateniese, comandati da Milziade e i persiani condotti
da Dario I.
A questa battaglia si giunse a causa di una “escalation”, come diremmo
oggi, delle tensioni fra ateniesi e persiani per il controllo dell’area
greca, avendo i persiani ottenuto la collaborazione di Ippia, il
tiranno ateniese cacciato anni prima da Atene stessa con l’aiuto di
Sparta, e di altri potenti ateniesi contrari a Milziade. Nei piani dei
persiani c’era l’accerchiamento di Atene tramite la conquista, pian
piano, di alcune città vicine: la conquista di Atene gli
avrebbero permesso poi di isolare Sparta e procedere poi alla conquista
di tutta la Grecia. Era il settembre del 490 A.C. (alcuni dicono
agosto) quando una parte dell’esercito persiano assediò la
città di Eretria e una parte approdò presso la baia di
Maratona, in attesa di attaccare Atene. Quando agli ateniesi fu chiara
la strategia dei persiani, la storia racconta che cercarono aiuto negli
spartani, che però temporeggiarono nell’intervento in quanto
avrebbero infranto la loro legge se avessero preparato una spedizione
prima del prossimo plenilunio durante la festa di Carnea, prevista per
la notte del 19 e 20 settembre. Nel frattempo una parte dei Persiani si
imbarcarono di nuovo per muovere verso Atene e i comandanti ateniesi,
capitanati da Milziade, decisero di non aspettare ulteriormente gli
spartani e attaccarono l’esercito persiano accampato a Maratona e, con
una intelligente strategia militare, riportarono una vittoria decisiva
nonostante l’inferiorità nei numeri, infliggendo notevoli
perdite nell’esercito nemico. Dopo la vittoria, gli Ateniesi riuscirono
a ritornare in tempo ad Atene per scoraggiare l’intervento dell’altro
comandante persiano, Artaferne, che riparò in Asia dando la
consapevolezza alle popolazioni greche tutte di poter contare sulla
propria compattezza, ponendo fine alle tensioni interne. Gli spartani,
in effetti, giunsero sui luoghi della battaglia dopo che tutto era
successo e furono solidali nel constatare quanto gli ateniesi furono
abili nel respingere l’attacco nemico.
Fin qui la storia, raccontata dal celebre Erodoto, che era vissuto in
quel periodo.
I messaggeri del tempo
Non è certo una novità ma, allora come oggi, la
possibilità di comunicare con efficienza e rapidità
giocava un ruolo determinante soprattutto quando era in gioco la
propria sopravvivenza di fronte ad un attacco nemico. Le comunicazioni
erano importanti, comunque, anche nei periodi di pace quando i messaggi
non erano costituiti solo da invocazioni di aiuto o segnalazioni di
pericolo ma anche per annunciare eventi di altro tipo.
Chiaramente, al tempo, non esistevano gli strumenti di oggi ed il mezzo
più comune di comunicazione era l’uomo e la sua capacità
di corsa. Anche i cavalli non erano ritenuti adatti a causa delle
lunghe distanze e del tipo di terreno che dovevano attraversare
(montagne, fiumi, etc.).
Al tempo i messaggeri erano detti emerodromi quando avevano funzioni di
portatori di messaggi di guerra o di pace, correndo solitamente di
giorno e, per di più, dotati di armatura ed armi, seppur
leggere. Altre tipologie di messaggeri erano costituite dai
grammatofori se recavano lettere o emeroscopi se avevano funzioni di
vedette informatrici. In ogni caso, tali portatori di messaggi erano
soliti correre anche per tutto il giorno e, quindi, per distanze molto
più lunghe dei 42 km. tradizionali per la maratona se si pensa
che la distanza fra Atene e Sparta, che certi emorodromi dovrebbero
aver percorso altre volte al tempo, è di circa 230 km.
Le cronache storiche ci hanno regalato comunque altre testimonianze di
corridori impiegati in lunghe distanze: Ageus, o Argeus, vinse nel 328
A.C. una competizione ad Olimpia e corse per 100km. per annunciare, il
giorno stesso, la sua vittoria nella natìa Argos.
Un’altra storia racconta di Euchidas che corse, nel 479 a.C., da Platea
a Delfi, tornandosene a Platea prima del tramonto per recare la fiamma
all’altare di Apollo, coprendo così la distanza di 200km. e
morendone (anche lui!) subito dopo (in onore di Euchidas, si corre oggi
una corsa commemorativa da Platea a Delfi).
Altri raccontano narrano di un messaggero dell’Elide che, nel 668 a.C.,
coprí la distanza di 80 km. e, addirittura, la meno credibile
storia di Lasthenes, un campione olimpico, che corse per 30km. contro
un cavallo, vincendo!
Filippide
Come abbiamo visto dalla storia della battaglia
di Maratona, ci sono state molte situazioni
in cui fu possibile l’utilizzo di uomini
per annunciare eventi legati alla guerra in
atto: la richiesta di aiuto dalla città
assediata di Eretria ad Atene, la stessa richiesta
da Atene a Sparta e, si dice, anche all’altra
città di Platea, oltre alla “storica”
corsa del messaggero da Maratona ad Atene per
annunciare la vittoria degli ateniesi sui persiani.
In effetti, lo storico Erodoto, che ci ha raccontato degli episodi
della battaglia di Maratona, riferisce nelle sue “Storie”, libro VI,
del messaggero Filippide che fu mandato a Sparta alla ricerca di aiuto.
Filippide, di cui esiste anche la variante Fidippide (dal greco
Feidippides), corse per un giorno intero giungendo a destinazione il
giorno dopo. Erodoto racconta inoltre che, durante il percorso di
ritorno recando la risposta semi-negativa degli Spartani, il Dio Pan
apparve a Filippide nelle vicinanze del monte Partenio che gli
riferì di esortare gli Ateniesi alla battaglia ed al culto in
suo onore perché la vittoria sarebbe arrisa alla fine agli
Ateniesi e i Persiani sarebbero scappati in preda al “panico”. Da
questo punto in poi, Erodoto non cita più Filippide che, quanto
meno, avrebbe dunque percorso 240 km. in un giorno solo ed altrettanti
per il ritorno, considerando fra l’altro il terreno accidentato e
montagnoso del Peloponneso. Niente, quindi, che faccia pensare a
Filippide come l’eroe immolato per raccontare agli Ateniesi della
vittoria sui Persiani e perito dopo “solo” 42 km, anche se taluni
ritengono possibile il fatto che, se fosse vero che la battaglia di
Maratona si fosse svolta ad agosto, invece che settembre, la
temperatura sarebbe stata così alta da creare grossi problemi
anche ad un atleta ben allenato. Comunque sia, è altrettanto
difficile pensare che il misterioso corridore da Maratona ad Atene sia
lo stesso Filippide che corse pochi giorni prima da Atene e Sparta e
ritorno, sicuri che gli storici contemporanei ne avrebbero parlato con
grande enfasi (per inciso, come per Euchidias, esiste da ormai 20 anni
una corsa commemorativa che viene corsa da Atene a Sparta, la
Spartathlon).
I racconti degli altri scrittori
Di Filippide si riprende a parlare molto dopo gli episodi di Maratona.
Cornelio Nepote, storico romano del I secolo A.C., ritorna sulla corsa
di Filippide così come era stata riportata nel racconto di
Erodoto, descrivendo la vita di Milziade, il comandante ateniese
vittorioso, ma non fa riferimento alla morte di Filippide
nell’esercizio delle sue funzioni. Lo stesso accade nei racconti di
Plinio il Vecchio e di Pausania, altri storici che, nonostante
riferiscano di un episodio di 4 secoli prima, non fanno riferimento ad
una morte per una corsa di 40km, seppur a perdifiato, che abbiamo
scoperto quindi essere di “normale” amministrazione per un emerodromo
addestrato proprio a questo.
Quand’è, quindi, che si comincia a modificare la “vera” storia
di Filippide? Beh, forse questa ragione dipende dall’usanza del tempo
di “romanzare” certi episodi per mitizzare delle figure ed esaltare le
proprie funzioni; pratica che, del resto, trova molti adepti anche ai
giorni nostri. In effetti, fra il I e II secolo dopo Cristo, quindi
dopo ben 600 anni gli episodi reali, esistono dei racconti di Plutarco
e Luciano di Samostata che narrano di messaggeri che corsero da
Maratona ad Atene per raccontare della vittoria. Inoltre, mentre
Luciano, che era fra l’altro uno scrittore satirico, parlava della
morte di Filippide all’arrivo ad Atene nell’annuncio della vittoria,
Plutarco racconta addirittura di due nomi: Thersippus ed Eucles, che
molti considerano come i veri portatori del messaggio di vittoria agli
Ateniesi da Maratona. In questo tipo di racconti, la morte del
messaggero mentre esercitava il proprio dovere rappresentava un genere
letterario molto apprezzato, soprattutto in considerazione che la
vittoria degli Ateniesi sui Persiani rappresentò davvero una
svolta storica per l’alleanza e la consapevolezza dell’identità
greca in quel periodo e qualsiasi episodio che ne esaltasse la memoria
era chiaramente ben funzionale allo scopo.
La consacrazione del mito come verità
storica
Il lavoro di Filippide e dei suoi colleghi del tempo, passato
attraverso le “deformazioni” letterarie di Luciano di Samostata,
è stato ignorato per secoli fin quando è stato
rispolverato nel 1879 dallo scrittore Robert Browning che cita il mito
di “Pheidippides'” nei suoi “Dramatic Idylls”, fino ad arrivare al
Barone Pierre de Coubertin.
In effetti, l’episodio decisivo che ha decretato la consacrazione del
mito rispetto alla verità storica è stato perpetrato
proprio da chi ha voluto fortemente far rinascere il mito di Olimpia e,
proprio per questo, ha cercato di corredare il proprio progetto di
tutti quegli episodi “fantastici” che avrebbero contribuito ad
amplificarne l’importanza, esattamente come aveva fatto Luciano di
Samostata per la propria epoca.
Dopo i primi infruttuosi tentativi di rinascita degli antichi giochi da
parte dal greco Evangelios Zappas in seguito alle prime scoperte
archeologiche nel sito di Olimpia avvenute poco dopo la metà del
1800, l’iniziativa passò quindi al Barone Pierre De Coubertin.
Il Barone riuscì, non senza
difficoltà, a convocare, nel 1894, un congresso internazionale
per dar corpo alla propria idea. Fu lì che un delegato francese,
Michel Bréal, linguista e storico della Sorbona, parlò a
De Coubertin di Browning e del racconto di Luciano di Samostata
riguardante il mito di Filippide che muore nell’esercizio delle proprie
funzioni e gli propose di celebrare l’evento con una corsa
commemorativa. De Coubertin si innamorò dell’idea e, nonostante
tale corsa non avesse alcuna correlazione con gli antichi giochi
olimpici, decise che l’avrebbe collocata al centro della propria
creatura e mise in palio un trofeo d’argento per chi l’avesse vinta.
Grande intuizione, non si può negare, ma anche testimonianza di
come l’uomo, anche ai giorni nostri, rimanga attaccato e consideri veri
certi schemi che, in realtà, non trovano fondamento nella storia
o, come in questo caso, ne rappresentino solo una libera
interpretazione.
Ma non basta: ci sono un altro paio di ulteriori
“libere interpretazioni” prima di
arrivare alla maratona moderna. Sì, perchè
il percorso originale fra Maratona ed Atene
misura, in realtà, circa 34km e lo zampino
di De Coubertin lo “allungò”
di altri chilometri, attraverso un percorso
più articolato,
fino a 40 circa. Questo successe ad Atene nel
1896 per quelle Olimpiadi conclusesi con l’inaspettata
vittoria di (vedi foto) Spiridon Louis
(la cui storia sarebbe degna di essere raccontata a
parte).
La corsa ebbe rapidamente successo e divenne in breve tempo essa stessa
un mito come testimonia l’istituzione della maratona di Boston l’anno
dopo, nel 1897, creata da un gruppo di americani di ritorno da Atene.
Ma la distanza rimase instabile ancora per un po’: già a Parigi
nel 1900 e a Saint Louis nel 1904 la distanza variò ancora a
seconda degli umori degli organizzatori. A Londra nel 1908 ci furono
finalmente i presupposti per la misurazione ufficiale che vige ancora
oggi e che fu adottata dal 1921 e ratificata alle Olimpiadi di Parigi
del 1924, dopo altre variazioni avvenute nelle successive Olimpiadi del
1912 e 1920. La storia racconta che gli inglesi misurano di nuovo il
percorso originale del 1896 e lo ufficializzarono in 25 miglia (poco
più di 40,200 km). Ma la partenza della maratona di Londra (che
ci donò la struggente storia di Dorando Pietri) doveva avvenire
per mano del Principe di Galles e quindi fu deciso che tale partenza
sarebbe stata dal Castello di Windsor e quindi la distanza crebbe a 26
miglia. Ma, come in tutte le storie che si rispettino, ci fu anche un
tocco femminile: la principessa Mary (la futura “Queen Mary”, la stessa
che premiò Pietri dopo la sua contestata squalifica) convinse
gli organizzatori a ritoccare ulteriormente la partenza arretrando la
linea di partenza di altre 385 yards, fino ad arrivare in
corrispondenza delle finestre della nursery reale e così si
arrivò alla distanza, del tutto anomala sia per il sistema
metrico decimale che quello anglosassone, di 26 miglia e 385 yards e
cioè di 42,195km. Se si pensa che siamo partiti da Filippide e
della sua “normale” corsa da Atene e Sparta per finire con una distanza
convenzionale misurata a partire da un prato inglese …
Cresce costantemente il numero dei praticanti la corsa. Ma non è
solo agonismo. Una maratona invoglia ad avere più
cura della propria salute. E del dialogo in famiglia.
"Credevo
che correre non mi avrebbe distratto la mente come il tennis o il
calcio. Invece è formidabile. E poi c'è il cronometro,
una misura reale del tuo valore atletico: con la racchetta o il pallone
il giudizio è sempre soggettivo". Giampiero gestisce un negozio
di ferramenta. Da un mese ha cominciato a correre. Obiettivo? La
maratona di Venezia. Al suo fianco procede Michele, bancario, cinque
maratone alle spalle: "La corsa è libertà, vita all'aria
aperta. Esci dalla routine. Cresce la stima in te stesso e sei
più sereno". David è portoghese, fa il giardiniere.
Infanzia di sacrifici e lavoro in campagna. A 18 anni lo trascinano a
correre la campestre della scuola: un successo. Da allora non ha
più smesso. Alla maratona di Roma ha fatto il personale: 2 ore e
53'. "La vita comporta anche dei sacrifici: con la corsa mi alleno a
farli. E poi correre è stupendo: esci dalla porta e sei
già pronto. Con un paio di scarpe corri per un anno. Non
smetteresti più, ti senti bene e fa bene". È la
tribù dei corridori, dei maratoneti: una folla colorata dove non
si fa distinzione fra ricchi e poveri, anziani e giovani, donne e
uomini. Li ammiri per il vigore e l'agilità, a volte per il
coraggio di sfidare con la pancetta le leggi dell'aerodinamica. Nei
sedentari suscitano sentimenti contrastanti di sconcerto e di invidia.
Talvolta sembra che corrano verso... l'unità coronaria.
Strappando ore al riposo, ma è il prezzo da pagare per
avvicinarsi al sogno covato a lungo: indossare il pettorale. Alla partenza scalpitano
polpacci alla canfora e panciere mimetizzate a stento dalla
maglietta, prima della grande sfida su quei maledetti 42.195
metri di asfalto.
Qualcuno
le ha definite le processioni dei tempi moderni: tutti insieme verso un
unico scopo. Di maratone, in Italia, ce ne sono ormai 50 all'anno; 130
le maratonine o mezze maratone, simpatico surrogato per chi non ha
benzina sufficiente (ma dice che la corre per allenamento). E poi ci
sono le occasioni speciali: quelle sempre affascinanti all'estero
(Londra, New York con 30mila iscritti, Pechino, Honolulu...); le tre
maratone in serie con una classifica complessiva; quelle per sole
donne; quelle con in palio una Mercedes e quelle con la porchetta in
premio; quelle di solidarietà e quelle notturne.
Tante
maratone, tanti personaggi in vetrina: come Giorgio Calcaterra,
"tassinaro" di Roma, che ha macinato 21 maratone nel 2000, di cui 16
corse sotto le 2 ore e 20' (e cinque vinte); o Ulderico Lambertucci che
ne ha corse 46 (quarantasei!). Oggi il loro palmares è affidato
ad un chip, una fascetta elettronica alla caviglia, che, registrando i
passaggi ai punti di controllo, garantisce il tempo effettivo, permette
di stilare le classifiche e tutela dai tagliatori di percorso.
Molti
poi, col jogging, hanno imparato a mangiare. Riccardo, 52 anni,
ingegnere informatico, è diventato un esperto di alimentazione:
"Ho eliminato grassi, intingoli, fritti e insaccati (a parte bresaola e
prosciutto crudo). Mangio carni bianche e pesce, ma soprattutto pane,
pasta, riso, patate, verdura, frutta e dolci (con limitazioni dello
zucchero). Prima facevo solo una cena, pantagruelica, ora è
diverso: prima colazione digeribile, ma sostanziosa; a pranzo e a cena,
dieta mediterranea con primo e secondo (primo più consistente a
pranzo, secondo più consistente a cena) e contorno. Uno o due
spuntini a base di frutta".
I
sedentari li accusano di agonismo sfrenato: "L'agonismo, al massimo,
è solo con sé stessi - spiega Michele -. La soddisfazione
è migliorare il proprio tempo". "L'obiettivo è
individuale, - commenta David - ma la corsa è collettiva: in
allenamento, in gara, uno accanto all'altro ci si aiuta, si diventa
amici. Io, ad esempio, mi alleno con un ragazzo più lento di me:
non importa se devo aspettarlo, ne approfitto per migliorare lo stile e
la resistenza. Correre non è un lavoro".
Ma
può sempre far nascere qualche questione famigliare. Uno dei
problemi dei maratoneti infatti sono... le mogli: o meglio, uno dei
problemi delle mogli sono i mariti maratoneti. A meno che: "Ho
cominciato a correre per vincere una grave situazione di stress da
lavoro: ha funzionato - spiega Alberto, emiliano, dirigente in un
grande gruppo petrolchimico a Karlsruhe, in Germania, e che non ha
voluto perdersi la maratona di Roma -. Allo stesso tempo, ho trovato un
nuovo, piacevole dialogo con mia moglie. Io corro, lei mi affianca in
bicicletta e parliamo, parliamo, parliamo".
“Il geranio corteggiato
dalla seducente farfalla
non si chiede perché e gioisce.”
Di facile coltura, di grande adattabilità, perfetto per
balconi, finestre e terrazzi, meglio se esposti in pieno sole,
il geranio è originario del Sud Africa; le prime specie
giunsero in Europa agli inizi del Seicento. Il nome
botanico “geranium” deriva dal greco “geranion” che
significa becco di gru, perché i carpelli (da karpos =
frutti) del seme terminano in un lungo rostro che somiglia
appunto al becco di questo uccello trampoliere. Alla
stessa famiglia che comprende circa 250 specie erbacee,
appartengono anche i pelargoni, dal greco “pelargos” che
significa cicogna per la ragione di cui dicevamo prima.
Sono piante molto resistenti che rimangono in fiore per
parecchi mesi; basterà innaffiarle molto in estate
ricordando però che sopportano meglio la siccità che non
l’eccesso di umidità. Ogni settimana è opportuno togliere
le foglie secche e i fiori appassiti usando le forbici
rifuggendo dalla tentazione di strapparli con le mani.
Basteranno queste poche attenzioni per avere una lunga
fioritura che potrà durare da Aprile alla fine di Settembre.
Oltre alla bellezza è riconosciuto al geranio un altro
pregio: pare infatti che il suo aroma riesca ad allontanare
zanzare e moscerini. Fra le specie più conosciute
ricordiamo il geranio a edera (Pelargonium Peltatum)
dalle foglie lucide e carnose, il geranio eretto
(Pelargonium Zonale) dal fogliame peloso e cuoriforme, il
geranio a farfalla (Pelargonium Grandiflora o Leopoldo)
che presenta eleganti fiori macchiati di scuro. Esiste
anche un geranio notturno (Pelargonium Triste) con i
petali gialli a macchie nere che, solamente di notte, emana
un profumo intenso.
Nel linguaggio dei fiori
quest’ultimo
rappresenta la tristezza, il geranio scarlatto simboleggia la
consolazione, quello rosa la preferenza, mentre il fiore
rosso cupo indica malinconia. Ma il geranio è anche il
fiore dell’amore coniugale, della semplicità,
dell’intimità
familiare e della tranquillità della vita domestica. Si dice
che nell’antica farmacopea popolare le sue foglie fossero
usate per fermare le emorragie, si dice anche che gli
zingari ne facciano uso ancora oggi per curare le ferite
che sanguinano. Infusi e decotti hanno proprietà toniche e
astringenti. Naturalmente anche il geranio come ogni fiore
che si rispetti, ha la sua leggenda: è una leggenda araba
che racconta di come il profeta Maometto, dopo una
lunga e faticosa giornata di preghiera e di predicazione,
lavasse il suo abito stropicciato e lo stendesse ad asciugare
su un prato sopra alcune piantine di malva. Immaginate la
meraviglia quando, ormai asciutto, Maometto lo sollevò e
vide che erano fiorite tante meravigliose corolle
colorate...sì, avete indovinato erano proprio fiori di geranio! Alessandra Bruscagli