Assedio di Gerusalemme 1099


di Romano Valli



Il 27 di novembre del 1096, al concilio di Clermont, il papa Urbano II lanciò al mondo europeo il suo appello per una guerra santa, con ogni probabilità non immaginava quali sarebbero state le reazioni e le lontane conseguenze del suo richiamo. L’imperatore bizantino Alessio Commeno aveva inviato una richiesta perché l’Occidente lo aiutasse a fermare l’avanzata dei Turchi Selgiudichi, che nel 1071 a Manzikert aveva sconfitto l’armata imperiale e occupato l’Anatolia, il papa desiderava che i cavalieri franchi si mettessero a disposizione dell’imperatore per sostenere e rafforzare il potere bizantino nell’Asia Minore. Il pontefice sapeva benissimo che per fermare l’espansione dell’Islam verso oriente e in prospettiva verso la penisola balcanica, occorreva intervenire in forze, attraverso una forza militare a sostegno di Alessio. La salita al potere in Terra Santa di un governatore musulmano, un turco Ortoqide, probabilmente squilibrato, aveva fatto iniziare una politica di persecuzione contro i cristiani e contro i numerosi pellegrini che si recavano ogni anno sui luoghi santi. Tutto quello che accadeva aveva suscitato un’ondata di sdegno in un Europa che superata la grande paura dell’Anno Mille, si ritrovava in una fase accentuata di crescita economica, demografica e culturale. Su questo terreno fertile, nacque un diffuso desiderio di avventura, almeno nelle classi alte, la parola d’ordine della crociata per la liberazione del Santo Sepolcro, “Deus lo Vult” percorse l’Europa cristiana. Ovunque folle di popolani, contadini, artigiani e piccoli cavalieri, spinti anche dalla predicazione popolare di Pietro l’Eremita, prendevano la croce e si mettevano in cammino verso oriente per la liberazione di un Santo Sepolcro che la maggioranza di loro non sapeva bene dove fosse. La crociata dei poveri fu la prima a mettersi in moto, mentre i baroni che in gran numero avevano preso la croce, organizzavano un esercito. La crociata popolare, come era da immaginare finì nel sangue. I pellegrini in armi furono massacrati dai Turchi appena messo piede in Anatolia, i sopravvissuti dovettero attendere l’esercito dei baroni. Tra i grandi nobili europei che mossero con l’esercito alla volta della Terra Santa c’erano, Raimondo conte di Tolosa, Goffredo di Buglione duca di Lorena, suo fratello Baldovino conte delle Fiandre; dal sud dell’Italia si erano messi in moto Boemondo principe di Taranto e Tancredi d’Altavilla; della partita fu anche Roberto duca di Normandia. Furono questi 
uomini con i loro seguaci che si presentarono all’imperatore Alessio per decidere le linee strategiche per il proseguimento della campagna.  L’esercito di 100mila uomini si mise in marcia nella primavera del 1097 e presto mise sotto assedio Nicea conquistandola. Nel corso del movimento l’armata franca inflisse una disastrosa sconfitta ad Aslam nella battaglia di Dorileo, quindi l’armata crociata entrò in Siria e mise sotto assedio la grande città di Antiochia.

 La minaccia ad Antochia, mise in allarme i potentati musulmani della zona, i quali mandarono un armata di soccorso alla città assediata, ma per la mancanza di una figura di spicco e con gravi divisioni interne furono sconfitti e la città fu espugnata. Finalmente l’esercito crociato giunse sotto le mura di Gerusalemme nel giugno del 1099. Per quanto non fosse una città imprendibile, la città era ben difesa. La guarnigione musulmana, in previsione dell’assedio, aveva restaurato le mura, e aveva approfondito i fossati posti a difesa delle mura stesse. Per rendere difficile la vita agli assedianti, la guarnigione aveva razziato i villaggi circostanti, avvelenando i pozzi d’acqua disponibili. I crociati lanciarono un primo assalto alle mura il 7 giugno, riprovando ancora il 13, ma gli attacchi furono respinti con una certa facilità dalla guarnigione. A risolvere la situazione fu l’arrivo di una flotta genovese a Giaffa il 17 giugno: oltre a fornire i materiali da costruzione di torri e altre macchine d’assedio, trasportava numerosi carpentieri navali che misero a disposizione la loro perizia per la costruzione di macchine da lancio e di due grandi torri con cui attaccare le mura. Il piano dei crociati prevedeva due diversi attacchi; a sud sarebbero stati gli uomini di Raimondo, con una torre ad attaccare le mura alla porta del monte Sion, a nord, con la seconda torre, appoggiata da un grande ariete, l’attacco sarebbe stato condotto da Goffredo di Buglione con i suoi Lorenesi e Fiamminghi. Di fronte alla determinazione dell’attacco e al potere offensivo delle macchine, la guarnigione, anch’essa stremata dall’assedio, dopo una prima resistenza cedette e i crociati, da entrambe le parti, si riversarono in città. Quello che accadde fu terribile, i crociati si diedero a un massacro violento e indiscriminato, non fu risparmiato né la popolazione islamica, né quella ebraica, né quella cristiana. L’obiettivo principale della crociata era stato raggiunto, il Santo Sepolcro tornava in mani cristiane; ma per far questo le strade della Città Santa erano state inondate di sangue.   

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