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La
Battaglia di
Zama 202 a.C.
(Romano Valli)
Il
disastro di Canne, con l’annientamento da parte
di Annibale delle otto legioni al comando di Lucio Emilio Paolo e di
Gaio
Terenzio Varrone sembrava aver segnato un punto decisivo a favore di
Cartagine,
nella lunga lotta contro Roma. In realtà non fu così,
Roma disponeva di grandi
risorse organizzative e militari e subito il senato si dedicò a
riorganizzare
l’esercito. Annibale deluso dalla mancata defezione delle truppe
alleate di
Roma, dovette accontentarsi di una dimostrazione di forze davanti alle
mura di
Roma, poi mancando di attrezzature per una guerra d’assedio fu
costretto a
tornare nell’Italia meridionale con la speranza di consolidarvi le
proprie
posizioni. Roma nel 212 disponeva già di 22 legioni, (più
di quante ne avesse
prima di Canne), si dedicò a colpire gli interessi cartaginesi
dove essi
risultavano più vulnerabili. Publio Cornelio Scipione fu mandato
in Spagna come
proconsole e qui iniziò, a partire dal 211 a.C. una guerra
spietata contro gli insediamenti
cartaginesi ottenendo numerose vittorie. Nel 207 un esercito
cartaginese di
soccorso, comandato da Asdrubale, fratello di Annibale, era riuscito a
varcare
i Pirenei e ad entrare in Italia, ma fu duramente battuto sul fiume
Metauro,
nelle Marche. La testa mozzata del fratello, che i Romani fecero
arrivare nel
campo cartaginese, fece capire ad Annibale che le sue speranze di
ricevere
aiuti dalla madrepatria erano scomparse per sempre. Nel 204 Scipione
passò con
l’esercito in Africa e sconfisse un esercito cartaginese mandato a
contrastarlo. Minacciato direttamente in terra africana il gran
consiglio
cartaginese richiamò in patria Annibale e il suo esercito. Era
tutto quello che
Scipione desiderava. Il condottiero romano sapeva bene che la partita
con
Annibale doveva essere chiusa una volta per tutte e in terra africana.
I romani
fiduciosi nelle loro qualità e nella capacità del loro
comandante, attendevano
il nemico nella piana di Zama. I due eserciti si schierarono in una
vasta piana
priva di impedimenti, luogo ideale per lo svolgimento di una grande
battaglia
campale. Annibale aveva disposto il suo esercito su tre linee. In prima
linea i
contingenti mercenari o alleati italici, celtici e liguri. La seconda
fila era
formata dalle leve africane. In terza fila Annibale aveva tenuto i suoi
veterani d’Italia, pronti ad intervenire nel caso in cui la cavalleria
schierata sulle ali non avesse resistito alla cavalleria romana.
Davanti
all’esercito erano schierati gli elefanti da guerra, nella speranza di
mettere
in disordine le prime linee della fanteria romana. Anche Scipione aveva
schierato le sue forze su tre
linee. In
prima linea i manipoli degli Hastati, coi Velites che
creavano
delle corsie di scorrimento in cui far incanalare l’attacco degli
elefanti. In
seconda linea erano piazzati i manipoli dei Principes, mentre
quelli dei Triari erano in riserva in terza linea. |

Annibale e
Scipione
La cavalleria romana era sulla
sinistra, mentre sulla destra stava la cavalleria numidica comandata
dal
principe Massinissa. La battaglia, come aveva previsto Scipione, fu
aperta
dalla carica degli elefanti da guerra. I pachidermi però
sconvolti dal fitto
lancio di giavellotti dei Velites romani, furono in parte
ricacciati
indietro andando a disordinare le ali di cavalleria. Gli altri elefanti
furono
incanalati negli spazi lasciati dai manipoli dove passarono senza fare
grossi
danni. Vedendo in difficoltà le ali di cavalleria cartaginese,
la cavalleria
romana subito le attaccò, dopo una breve mischia la cavalleria
di Annibale fu
messa in fuga. A questo punto le fanterie strinsero e vennero in
contatto; lo
scontro fu molto violento e le prime due file cartaginesi stavano per
cedere,
quando Annibale mandò in combattimento la riserva dei veterani.
Scipione parò
la mossa utilizzando allo stesso modo i Triari. Quando sembrava
che lo
scontro tra le fanterie dovesse continuare, incerto e a lungo, le
cavallerie
romane che avevano disperso i cavalieri nemici, fecero ritorno sul
campo di
battaglia. Attaccate sul rovescio e pressate da vicino dalla cavalleria
romana,
le truppe di Annibale si diedero ben presto alla fuga. Finita la
battaglia
iniziava l’inseguimento e con esso il massacro. Annibale riuscì
a fuggire verso
Cartagine, ma aveva lasciato sul campo almeno 20.000 caduti e 10.000
prigionieri. Le perdite romane furono di 4.000 uomini, metà dei
quali numidi.
Scipione aveva avuto la battaglia campale che cercava e con la vittoria
aveva
posto fine allo scontro mortale tra Roma e Cartagine. Per paura della
vendetta
romana, Cartagine costrinse Annibale il suo più grande figlio,
ad andare in
esilio presso il re di Siria Antioco III; dopo la sconfitta di
quest’ultimo
contro i romani in Bitinia, Annibale si avvelenò per non essere
consegnato a
Roma. Con la vittoriosa battaglia di Zama, Roma aveva chiuso la seconda
guerra
punica con una vittoria decisiva e definitiva.
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