Battaglia di Canne 216 a.C.

di Romano Valli

I Romani avevano appena completato l’unificazione dell’Italia peninsulare, quando dovettero confrontarsi con Cartagine, che li superava di molto per ricchezze, organizzazione militare ed esperienza politica. La contrapposizione delle due maggiori potenze del Mediterraneo: Cartagine e Roma, si fece molto tesa quando i romani videro che i cartaginesi non avevano nessun’intenzione di rispettare un trattato nel quale s’impegnavano a non estendere le conquiste nel territorio spagnolo oltre i limiti del fiume Ebro. Intanto il comando delle milizie puniche in Spagna passava ad Annibale, che non aveva nessun’intenzione di seguire la politica degli accordi, pertanto attuò una decisa politica di aggressione e nel 220 a.C., senza nessuna necessità, pose l’assedio alla città di Sagunto, alleata di Roma ma situata a sud dell’Ebro. Quando Sagunto cadde e Roma né pretese l’immediata restituzione, il secco rifiuto dei Cartaginesi costrinse Roma a dichiarare guerra alla rivale: nel marzo del 218 a.C. romani e punici scendevano in armi per la seconda volta. Contrariamente a tutti i piani dei romani che si proponevano di condurre l’offensiva in Africa e Spagna. Annibale fece le prime mosse a sorpresa, con una rapidità sconcertante passò l’Ebro e i Pirenei, varcò le Alpi in appena quindici giorni, con un’esercito di 26.000 uomini e più di trenta elefanti da combattimento. Nell’autunno del 218 a.C. si presentava nella pianura Padana portando la guerra nei territori Romani. In dicembre, sotto una fitta nevicata, gli elefanti di Annibale misero in fuga, prima sul Ticino e poi sulla Trebbia, le legioni dei consoli Publio Cornelio Scipione e Tiberio Sempronio. Dopo avere passato l’inverno del 207 a.C. nell’Italia settentrionale, l’esercito cartaginese sfondò le difese dei valichi appenninici e marciò su Perugia, inseguito lungo le sponde del lago Trasimeno dalle legioni del console Gaio Flaminio. Annibale le attaccò di sorpresa e le distrusse, la mattina del 22 giugno sbaragliò la cavalleria del secondo console, Gaio Servilio. Ora dal cuore dell’Italia l’esercito cartaginese minacciava direttamente Roma, che fu invasa dal panico. Il senato nominò due comandanti dell’esercito: Lucio Emilio Paolo e Gaio Terenzio Varrone, essi per non lasciare il territorio degli alleati italici in balia dell’esercito cartaginese, cercarono di risolvere il conflitto in Apulia, dove Varrone diede battaglia presso il villaggio di Canne, sulle rive del fiume Ofanto. La sconfitta che i romani subirono, fu la più tremenda che la storia della repubblica registri. Vediamo adesso come si svolse la battaglia. L’esercito romano si era accampato sulle rive del fiume Ofanto, a circa tre miglia dal villaggio di Canne nei cui pressi Annibale aveva posto il campo. Quella romana era un’armata forte di otto legioni e di due ali di cavalleria, per un totale di circa 70.000 fanti e 6.000 cavalieri, al loro comando si alternavano giornalmente i due consoli in carica. Questo creava molti problemi, perché Varrone era impetuoso ma inesperto, Emilio Paolo era più esperto, forse per questo più cauto. Di fronte ai romani e sotto il  comando del genio militare di Annibale stava l’esercito cartaginese, costituito da 35.000 fanti e 10.000 cavalieri. Annibale conosceva bene la natura dei due consoli e decise di sfruttare l’irruenza di Varrone nel giorno in cui questi aveva il comando: varcò quindi con l’esercito il fiume Ofanto e finse di portare l’attacco al campo sud dei romani. 

Annibale attraversa le alpi

Varrone per mancanza di acume militare o forse per ambizione, dette battaglia campale e, contro il parere di Emilio Paolo, schierò l’esercito al completo. Al centro stava la fanteria delle legioni disposta su tre ranghi secondo l’ordine manipolare; sui fianchi si schierarono i due contingenti della cavalleria; alla destra quella romana, alla sinistra quella degli alleati italici. L’esercito cartaginese aveva alla sinistra la cavalleria gallica e iberica, alla destra la cavalleria numida; al centro disposta a cuneo la fanteria dei galli e degli iberici, ai quali i veterani di Annibale proteggevano i fianchi. La battaglia si aprì con una serie di schermaglie della cavalleria: i cavalieri italici non riuscirono ad agganciare gli elusivi numidi, inoltre sulla destra fu la cavalleria celtica e iberica a caricare. Su questo lato stretti contro il fiume, i cavalieri romani cedettero dandosi alla fuga. Invece di mettersi all’inseguimento, la cavalleria cartaginese si raccolse e piombò addosso agli italici ancora impegnati contro i numidi. Intanto Varrone con il grosso delle sue legioni, attaccava al centro la fanteria celtica che indietreggiava lentamente senza scomporsi. Era quello che Annibale attendeva e sperava. La fanteria romana si era spinta troppo avanti senza la protezione della cavalleria ormai in fuga, si trovò ai lati i veterani africani che caricarono con forza portando lo scompiglio nelle sue formazioni. Dal retro attaccò anche la cavalleria cartaginese. La fanteria romana era ormai circondata costretta a combattere in spazi sempre più ridotti. Nonostante la superiorità numerica dei romani le otto legioni furono fatte letteralmente a pezzi, rimasero sul campo 48.000 fanti e 2700 cavalieri insieme al console Emilio Paolo contrario fin dall’inizio sulla tattica. Il console Terenzio Varrone, responsabile del disastro riuscì invece a trovare scampo. Annibale perse 4.000 galli, 1.500 spagnoli e africani e 200 cavalieri. Aveva così ottenuto la più brillante vittoria della sua carriera di generale e si consacrava uno dei più grandi condottieri della storia.        

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