La Battaglia di Austerlitz 1805

di Romano Valli

La campagna del 1805 che culminò il 2 dicembre con la battaglia di Austerlitz, detta anche la battaglia “dei Tre Imperatori”, nei pressi dell’odierna Olmitz, nella repubblica Ceca, è considerata dagli storici militari, come l’esempio perfetto di campagna napoleonica. Napoleone, diventato imperatore dei francesi l’anno precedente, era adesso a capo di tutta la politica militare, economica ed estera della Francia. Nel 1805 non esistevano più le armate di riserva, di Germania o d’Italia, esisteva solo la “Grande Armeè”, come era stato chiamato l’esercito dell’imperatore, ogni distaccamento, ogni corpo, ovunque fosse dislocato, era controllato dall’imperatore. Il movimento dell’esercito del campo di Boulougne al Reno; la manovra di Ulm, gigantesco aggiramento strategico che mise fuori combattimento l’armata austriaca del generale Mack senza che questo sparasse un colpo, il movimento sul Danubio con la presa di Vienna, infine, il modo in cui Napoleone alla vigilia di Austerlitz, simulando incertezza e timore, riuscì ad indurre i comandanti alleati a mettere la testa nella trappola, tattica e strategica, che aveva loro preparato, costituiscono pagine da cui il genio strategico napoleonico esce prepotentemente. La rapidità di movimento, la capacità di conseguire sempre la sorpresa strategica e trasformandola in sorpresa tattica, costituirono le caratteristiche salienti della campagna contro Austria e Russia del 1805. Dopo Austerlitz e la campagna che l’aveva preceduta e preparata, il mondo comprese il significato chiaro del termine “campagna napoleonica”. La terza coalizione antinapoleonica del 1805 sembrava destinata ad un sicuro successo, per l’ampiezza dei movimenti previsti e per la potenza delle armate impiegate. Una forza di 300.000 uomini, fra austriaci russi e prussiani si apprestava ad attaccare le forze della “Grande Armeè”. Il 25 settembre 200.000 francesi erano concentrati sul Reno, davanti a un nemico totalmente ignaro della tempesta che stava per travolgerlo. Il 3 ottobre Napoleone iniziò a far ruotare l’armata verso sud, con un movimento simile a quello di una porta che si chiude. Il 7 ottobre i francesi s’impossessarono dei ponti sul Danubio e il giorno successivo, chiusero la trappola. Napoleone nei giorni seguenti conquistò Augusta e Memninger a sud del Danubio. Mack trovò così chiusa anche la via di ritirata verso il Tirolo, e completamente circondato, il 20 ottobre si consegnò con i 60.000 uomini che ancora gli rimanevano. La prima fase della campagna si chiudeva con il trionfo della strategia di Bonaparte. Le forze russe e austriache si stavano riorganizzando, ma ancora una volta la rapidità decisionale di Napoleone fu determinante. Con una serie di manovre e di azioni di successo il 12 novembre i francesi entrarono a Vienna conquistando il ponte ancora intatto sul Danubio. Dopo otto settimane di attacchi sembrava che L’Armeè avesse esaurito il suo impeto e che la campagna avesse toccato il suo punto critico. Napoleone disponeva solo dei corpi d’armata di Lannes e Soult, oltre alle guardia e alla cavalleria, per un totale di 50.000 uomini esausti: di fronte a lui, su una posizione molto forte, erano disposti 100.000 uomini alla cui testa si trovavano l’imperatore Francesco II e lo Zar Alessandro I. Si attendevano sul campo 30.000 russi e 90.000 austriaci dell’arciduca Carlo. A Napoleone non rimaneva che un’unica possibilità: ottenere subito una vittoria schiacciante, o rassegnarsi al fallimento dell’intera campagna. Napoleone finse di cedere all’armistizio, il 27 novembre ordinò che entro due giorni fossero abbandonate le posizioni dell’altopiano del Pratzen, simulando disordine e confusione. Lasciava così scoperto il fianco destro, proprio dove voleva che gli austro-russi attaccassero. Mentre abbandonava il Pratzen Napoleone ordinò a Bernadotte e Davout di riunirsi all’armata. La “Grande Armeè” il 30 novembre era così pronta all’appuntamento di quello che sarebbe passato alla storia come la battaglia di Austerlitz o “dei tre Imperatori”. Alle prime luci del 2 dicembre gli austro-russi decisero l’attacco principale proprio verso il fianco destro francese che appariva debole e esposto, mettendo in campo 53.000 uomini. Intanto i generali Bagration e Kutusov con il resto delle truppe avrebbero impegnato frontalmente i francesi per impedire che sfuggissero all’accerchiamento predisposto. Ma Napoleone aveva un paio di assi nella manica con cui intendeva vincere la partita. La divisione di testa del corpo di Davout era ormai in vista dell’ala destra francese; inoltre dietro le pendici del Pratzen stavano pronte nascoste dalla nebbia le divisioni dei generali Saint-Hilaire e Vandamme del corpo d’armata di Soult, che assieme alla guardia e ai granatieri del maresciallo Oudinot, avrebbero costituito le masse di decisione dell’esercito francese.Sei colonne di austro-russi, discesero le pendici del Pratzen e cominciarono a contendere ai fanti francesi del generale Le Grand i villaggi di Telniz e Sokolnitz. Solo l’arrivo delle divisioni dell’unità di testa di Davout riuscì a tamponare l’impeto degli austriaci. Al centro Napoleone attendeva il momento giusto per lanciare l’attacco decisivo sul Pratzen. Attorno alle dieci l’altipiano era tenuto solo da un velo di fanteria. A quel punto Napoleone capì che il suo momento era arrivato. Uscendo dalla nebbia che per tutta la mattina lo aveva nascosto, le divisioni di Vandamme e di Saint-Hilaire si lanciarono all’attacco del Pratzen. Con le ali impegnate sui fronti nord e sud, il centro austro-russo si trovava completamente sguarnito. Dieci battaglioni di fanteria e diciotto squadroni di cavalleria dello zar, mossero all’attacco ricacciando la divisione di Vandamme. Subito rispose il violento contrattacco di cavalleria della guardia francese che in un quarto d’ora, annientò il corpo dei cavalieri dello zar; poi i granatieri di Oudinot, misero in rotta la guardia russa appiedata. A nord e al centro la battaglia era praticamente terminata e i francesi avevano occupato Austerlitz. Alle quattro del pomeriggio, dopo nove ore di battaglia, l’esercito austro-russo non esisteva più, cancellato dal genio militare dell’imperatore. Gli austro-russi rimasti sul campo furono 15.000, furono fatti 12.000 prigionieri, presi 180 cannoni e 50 bandiere, l’Armeè aveva perso 8.000 uomini.

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