Cecco, nato a Siena nel 1260, morì attorno al 1313. Ebbe vita sregolata e forse un carattere ribelle, ma la sua poesia, anti-lirica, beffarda e dissacrante, rivela una straordinaria e coltissima attenzione formale. Cecco ha lo strumento adeguato per i temi plebei della sua poesia: la misoginia, le continue lamentele per la propria povertà, l’amore per la vita di taverna e per una donna (Becchina) che appare essere una sorta di anti Beatrice. In questa poesia si scaglia fortemente contro la donna che lo tormenta, inventa e si diletta di procurargli guai (come dire: una ne fa e cento ne pensa).
Maledetto e
distrutto sia da Dio
lo primo punto, ch’io innamorai
di quella, che dilettasi di guai
darmi, ed ogn’altro sollazzo ha in oblio;
e si fa tanto tormento esser
mio,
che’n corpo d’uom non ne fu tanto mai:
e non le pare aver fatto anco assai,
tant’è e’l su’cor giude’, pessimo e rio.
E non pensa se non com’ella
possa
far a me cosa, che mi scoppi’l cuore:
di questa oppinion ma’non fu mossa.
E di lei non mi posso gittar
fuore,
tant’ho la ment’abbarbagliata e grossa,
c’ho men sentor, che non ha l’uom, che mòre.
(a cura di Romano Valli)