Pietro di Cristoforo Vannucci, detto "il Perugino"



Di qu
anto beneficio sia agli ingegni qualche volta la povertà, questo si può vedere nel Perugino.
Il Perugino
 Il quale partito dall’estrema miseria di Perugia andò a Firenze, desideroso di migliorare la sua condizione per mezzo della virtù e dello studio, stette per molti mesi, non avendo altro letto, a dormire in una cassa di legno. Ed avendo fatto la mira della sua futura vita, continuamente studiò nella sua professione. Nessun altro piacere conobbe se non quello di affaticarsi nella conoscenza della pittura, perché aveva sempre dinanzi agli occhi lo spettro e il terrore della povertà. Per questo non si curò mai né di freddo, di fame, di disagio, di scomodità, né di fatica, né di vergogna, per avere la speranza di vivere meglio in un domani; dicendo sempre “che dopo il cattivo tempo è necessario che venga il buono”. Nel 1450 nasce a città della Pieve, ad una povera famiglia un figlio che al battesimo fu chiamato Pietro, il quale allevato fra la miseria e lo stento, fu dato ad un pittore di Perugia con la mansione di fattorino, questo pittore non era molto valente, ma conosceva molto bene l’arte della pittura, e di fama tutti i più grandi artisti di questa. Non si stancava mai di ripetere a Pietro che a Firenze più che altrove erano formati gli uomini perfetti in tutte le arti. Quindi se ne partì per Firenze e nella bottega del Verrocchio imparò la vera arte della pittura, ebbe come compagni e colleghi alcuni grandi artisti che si affermarono successivamente, ed erano: Botticelli, Ghirlandaio, Leonardo, Filippino ed altri. Nel 1472 mette bottega e comincia a lavorare per conto proprio, il lavoro non manca, si dice che per le monache di Santa Chiara dipinse un quadro di un Cristo morto, in uno stile bellissimo, si dice anche che un mercante vedendo questo quadro offrisse il
triplo di quello che le monache avevano pagato al perugino, ma che queste non acconsentirono mai neanche con la promessa che ne avrebbero avuto uno uguale sempre di mano del Perugino, ed esse non vollero acconsentire anche per la paura che un secondo lavoro non fosse bello come il primo.
Ai frati del convento di San Giovannino fece una Pietà, cioè Cristo in grembo alla  Madonna  con quattro figure intorno fatte alla maniera sua, e fra le altre cose (dice il Vasari) fece un Cristo così intirizzito, come se fosse stato tanto tempo in Croce e ridotto così (Uffizi). Intanto la fama del Perugino si sparse in Italia e fuori, al ché fu chiamato nel 1481 a Roma da Sisto IV per dipingere nella Cappella Sistina alcune storie fra cui la celeberrima storia di Cristo che da le chiavi a San Pietro insieme agli altri apostoli
, e lì si trovò in compagnia di altri eccellenti pittori: Botticelli, Ghirlandaio e Cosimo Rosselli con i rispettivi collaboratori, tra cui il Pinturicchio, Piero di Cosimo e Luca Signorelli.
A Roma lavorò anche per i Colonna dai quali ebbe molti denari. Partitosi da Roma tornò a Perugia e li fece tanti altri lavori bellissimi. Pietro aveva tanto lavorato e il lavoro gli abbondava sempre, che metteva spesso in opera figure che avevano la solita espressione. Un giorno Michelangelo lo accusò di essere goffo nell’arte, quindi Pietro citò Michelangelo al magistrato degli Otto, ma questo fece uscire il Perugino con poco onore. In santissima Annunziata i frati Serviti avevano ordinato a Leonardo una tavola con diverse figure per l’altar maggiore, ma essendo il pittore partito per la Francia chiamato da Francesco I, commissionarono il lavoro a Filippino Lippi, il quale cominciò il lavoro ma dopo poco passò a miglior vita. Volendo che il lavoro fosse finito da un pittore noto, i frati affidarono il tutto al Perugino, ma questi finito il lavoro fu biasimato perché si era servito di quelle figure, che altre volte aveva usato mettere in opera, gli amici suoi criticandolo dicevano che non si era affaticato e aveva tralasciato il buon modo nell’operare per non perdere tempo.Il pittore si difesCristo che da le chiavi a San Pietroe dicendo” Io ho messo in opera le figure altre volte lodate da voi e che vi sono infinitamente piaciute: se ora vi dispiacciono o non le lodate più che ne posso io ?” (Vasari). Dopo questa delusione il Perugino parte da Firenze e torna a Perugia nella quale esegue alcuni lavori a fresco.Nel 1508 dipinge in Vaticano per Giulio II gli affreschi sulla volta della stanza dell’incendio di Borgo. Poi torna a Perugia dove finirà alcuni lavori fra cui il grande polittico per la chiesa di sant’Agostino.  Fra gli allievi  il più famoso fu Raffaello da Urbino. Fra gli altri discepoli ci furono il Pinturicchio, Francesco Salviati, ed altri che diventarono maestri famosi.Nel 1524 il Perugino muore di peste lasciando tantissimi lavori, avendo guadagnato molti soldi, formando    pittori che ebbero fama onorando il loro grande maestro.

Romano Valli


Cristo che da le chiavi a San Pietro

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